Era rimasto così folgorato da “For Emma, Forever Ago”, Sean Carey, da impararne a memoria un immaginario tracciato ritmico, per poi proporlo a Justin Vernon al termine di una serata. Niente da obiettargli – è nell’implicito disvelarsi che sta la forza dell’esordio di Bon Iver – anzi va reso omaggio al giovane studioso di percussioni (con una laurea qui sfoggiata in “Action”) che colpì il cantautore del Wisconsin a tal punto da diventarne il batterista. Gli va rinfacciato ora, però, che dall’ombra incombente di Vernon non si è ancora liberato – ora che a “metterci la faccia” c’è lui stesso.
Il ricalco, in particolare dell’ultimo Bon Iver, quello dell’Ep “Blood Bank” e della collaborazione del progetto Volcano Choir (quello “sbagliato”, verrebbe da dire) c’è tutto. Non per questo saremo così ingenui da pensare che Carey venga imboccato come un infante, che sia un bamboccione tanto fortunato da potersi accomodare alla Jagjaguwar grazie all’intercessione del fratello maggiore. Anzi: se possibile questo “All We Grow” rende giustizia al peso specifico della presenza del Nostro, la cui mano ha evidentemente un ruolo nell’evoluzione dell’ancora silente Vernon, nell’estremizzazione delle sue tentazioni destrutturalizzanti. Rimane però il fatto incontrovertibile che “All We Grow” può essere considerato tranquillamente un sottoinsieme dei lavori di Bon Iver, senza andare troppo lontani dalla verità.
La punteggiatura pianistica di “We Fell” sconfessa quasi subito Carey che, non soddisfatto, si premura di presentare un’armonizzazione in falsetto: paracadutando l’ascoltatore non lontano dalla rarefazione nivale di quella baita sperduta nel Wisconsin. Di canzoni vere e proprie non v’è traccia, però: tutto è ridotto – con grazia ed educazione, senz’altro – a sensazione, in una ricerca ambientale di una ritualità al tempo stesso ancestrale e moderna.
Si susseguono così battiti di mani, tessiture pianistiche e improvvise apparizioni di fiati (“In The Dirt”); non è la Natura di “All We Grow” a esser idealizzata, è un approccio (dagli sviluppi poco chiari e forse poco proficui) a essa che cerca di ricostruirne il segreto ricopiandolo. Eppure le idee strumentali, pur prive non solo, legittimamente, di forma, ma anche di incisività, riescono meglio di abbozzi melodici quali “Mothers” e “Into The Stream”. Si veda ad esempio il jazz forestale di “Rothko Fields”, in cui un’agrodolce oscurità filtra con la terribile familiarità dell’ambiguo.
S. Carey – mai gioco di parole fu meno azzeccato – si trova quindi ad affrontare l’ineluttabile “irrepetibilità dell’esperimento”: le condizioni, interiori ed esteriori, che hanno portato a “For Emma, Forever Ago” non si potranno più verificare. Eppure il Nostro avrebbe la stoffa per muoversi con le proprie gambe e il finale di “Broken”, che si trasforma da nenia kozelekiana a mondo fatato del cuore, lo dimostra. Forza, quindi, e camminare…
23/08/2010