Tra le fila del cantautorato moderno è sempre più presente una tendenza al barocco. Duncan Sheik, Rufus Wainwright, Tom Mc Rae e molti altri hanno inserito nella tessitura del folk-rock accordi e armonie sempre più sofisticate, con risultati spesso notevoli e raramente stucchevoli, una attitudine che si incontra anche nel secondo album del bostoniano Chris Garneau.
Dopo l’esordio gradevole ma incerto di “Music For Tourist”, l’artista era atteso con un briciolo di scetticismo alla seconda prova. Le sonorità retrò e la musicalità precise e lineari non entusiasmano i cultori dei nuovi songwriter. E affidando il ruolo centrale al piano, Chris Garneau ricorda più Randy Newman e Harry Nilsson che Elliott Smith o Bob Dylan. La costruzione armonica dei pezzi però è più importante della comunicatività che viene ostentata dalla maggior parte dei suoi colleghi.
Drammatico, grottesco, barocco, “El Radio” è stranamente più accostabile ai Jethro Tull di “Aqualung” o ai Pink Floyd di “Wish You Were Here” che a “Late For The Sky” di Jackson Browne o “Bryter Later” di Nick Drake. La sua è una voce antica, pulita, sognante, nulla a che vedere coi cantautori tristi e tenebrosi che dominano la scena indipendente, ma i suoi testi sono aspri e insolenti, privi di denunce sociali ma ricche di cinismo arrogante. Musica apparentemente poco avventurosa, capace di scuotere dopo ripetuti ascolti grazie a una pregevole varietà cromatica, che sviluppa con gusto le poche ma essenziali intuizioni sonore.
Notevolmente superiore all’esordio, l’album si apre con la sontuosa e incantevole “The Leaving Song”, le raffinate soluzioni orchestrali donano pathos alla brillante performance vocale, senza aggiungere enfasi. La costante presenza dell’orchestra non grava sulle sonorità, l’equilibrio sonoro è spesso leggiadro, Chris Garneau costruisce con padronanza architetture armoniche che non cedono il passo alla fastosità dei violini.
Tra tipiche ballate pianistiche (con tanto di autocitazione) come ”Hands On The Radio” e “Fireflies” s’insinuano piccoli colpi di genio come “Cats And Kids”, un delicato brano pop dal respiro flebile e coinvolgente.
Il tono soporifero dell’esordio è lontano ma altre perplessità accompagnano l’ascolto: "Dirty Night Clowns” resta in bilico tra il grottesco e l’ironico senza graffiare, e “ Things She Said” corteggia il languore del pop adolescenziale.
Per fortuna il patrimonio lirico resta indenne in altri episodi come “Raw And Awake”, dove le chitarre e il piano cercano accordi e timbri similari e struggenti con risultati originali e seducenti.
La musica di Chris Garneau scorre a volte lenta a volte più fluida, come se a suonare fosse un piano meccanico a cilindro, il suono acquista e perde velocità nell’intento di sottolineare le emozioni con poesia, non solo nella bella e già citata "Hands On The Radio”, ma anche nella vivace “No More Pirates” e nella variazione strumentale di “Les Lucioles En Re Mineur”.
Disco non adatto a tutti, “El Radio” è un notevole passo avanti per Chris Garneau, le perplessità si riducono e consegnano un gradevole esempio di pop barocco. La strada è tortuosa e ha già mietuto vittime illustri, ma qui c’è molto da gustare e l’evidente maturità di questo secondo album fa ben sperare per il futuro.
26/10/2009