Le ragazze fanno grandi sogni, cantava Edoardo Bennato, e dobbiamo ringraziare il rock al femminile se questo mondo di sogni s'è in parte svelato, i cliché forzati, che la critica musicale maschilista utilizzava, e utilizza, per descrivere un animo così complesso come quello delle donne, sono ormai destabilizzati grazie a personaggi come PJ Harvey, Patti Smith, Tori Amos, Diamanda Galas, che hanno strappato il velo dell'indifferenza e della prevaricazione maschile; l'esuberante carnalità del mondo femminile ha trovato nel rock il miglior linguaggio per comunicare al mondo esterno anni di solitudine e sopraffazione.
Una voce dal Texas si aggiunge alla lista delle donne del rock, dietro il nome Georgia's Horse si cela il progetto avant-folk di Teresa Maldonado che dopo quattro anni di registrazioni si concretizza come "The Mammoth Sessions".
Lei è una musicista dai connotati aspri, sofferti, intimi e a tratti amabilmente narcotici, infatti, l'estrema indolenza e la delicata malinconia a volte sembrano smorzare la forza viscerale delle composizioni, il blues e alcune velleità sperimentali altresì riescono a equilibrare il repertorio conducendo il suono verso l'enigma e l'intrigo.
Non tutto è a fuoco perfettamente – la scrittura mostra qualche cedimento – ma Teresa Maldonado nel mettere a nudo le sue sensazioni e il suo universo musicale non ricorre a orpelli o trucchi, nel tentativo (riuscito) di realizzare un album crudo e diretto, mostra anche le sue debolezze, ma il tono generale dell'opera è come un canto di liberazione blues. Infatti l'apertura è affidata a un pezzo corale, "Shepherd", un canto gospel che sembra spezzare le catene emotive dell'artista, dando inizio al suo raccontarsi in musica rinunciando a ulteriori incursioni musicali predefinite.
La semplicità di canzoni come "Bloom" e "Snake & Sparrow" è quasi infantile e volutamente grezza, altrove tutto è più complesso e articolato, come in "Summer's Ending Evenings", un insolito country ricco di armoniche indolenti, ancora trame arcane per il blues di "Baron Samedi", dove domina la perversione e l'ambiguità che altrove aleggia senza interferire.
L'ipnosi acustica di "Exit Earth" e il fascino dell'incompiuto di "The Man" si segnalano per l'estrema essenzialità vocale e strumentale, mentre il tentativo di spezzare il tono mesto con l'unico fremito ritmico in "TZSOTVOFASB" conduce l'ascoltatore verso il lungo finale di "Bugg Super Love Song", undici minuti di contaminazioni avant-garde, psichedelia, noise e contrappunti sonori dalla forza ipnotica, un'intensità che viene raggiunta anche nel blues appena intriso di jazz della tormentata "Erzulie Dantor".
"The Mammoth Sessions" non è l'album rivelazione dell'anno, né uno dei dischi più rimarchevoli e originali che possiate ascoltare, ma la sua autentica e malsana schiettezza rende ogni suo attimo qualcosa su cui riflettere. Teresa avrà il tempo per svelare le sue potenzialità, ma nessun capolavoro a venire avrà la forza sincera di questo esordio.
22/10/2009