Chi non rimpiange la diabolica innocenza bowiana degli esordi?
L'ideale androgino, sfaccettatura del glam-rock in voga dalla fine dei 60's, nel secolare passaggio a un nuovo millennio si è lasciato alle spalle certi abusi di make-up, per restituire una figura asciutta e fragile di dandy per sempre imberbe. A Jeremy Jay si darebbe poco credito, osservando quelle foto che rimandano l'immagine di un giovinetto pallido, biondo, mite. Non bello, ma aggraziato. Gentile, quasi politicamente corretto nello sguardo.
Ma quando poi si recupera "Slow Dance", uscito nel marzo scorso per la K Records e opera seconda dopo "A Place Where We Could Go" e l'Ep "Airwalker", allora si comprende la realtà di un talento denso, dalla consistenza pulsante come magma, dalle suggestioni non esclusivamente limitate al registro 60's, ma anche a quella glaciale stagione che, dal 1976-1977, innamora ancora molti con la tensione in bianco e nero del più cerebrale post-punk.
Il suffisso "mono" non appartiene a un disco che, in dieci tracce, riesce ad abbracciare 24 ore di umana mutevolezza: dalla giocosità del synth analogico di "We Where There", alla ballata lunare della chiosa in "We Where Could Go Tonight", passando attraverso il sincopato poemetto neo-cavalleresco di "Gallop", le rarefazioni notturne figlie di trilogie berlinesi in "Canter Canter", la corrispondenza d'amorosi sensi della title track scissa in due diverse forme di sensualità (più sulfurea in "Slow Dance", più complice e fricchettona in "Slow Dance 2"), il songwriting iridescente e magnifico di "Winter Wonder" e l'alternative pop di "Will You Dance With Me".
Fiabe metropolitane per giovani post-romantici. Incantesimi stupefacenti per adulti apocalittici e integrati.
22/09/2009