Paysage d'Hiver

Paysage d'Hiver

L'inverno dell'anima

di Antonio Silvestri

La storia, ultraventennale, del misterioso progetto di black-metal atmosferico dello svizzero Tobias Möckl, ambientato in un regno artico di sua invenzione

Nel Canton Berna, nella cittadina di Burgdorf, sembra regnare su tutto un "paesaggio da cartolina". Poco meno di 17mila anime nel distretto dell'Emmental, in mezzo ai verdi prati e alle splendide montagne elvetiche. Se dovessimo scegliere lo sfondo in cui far muovere un'anima tormentata, Burgdorf sarebbe fra gli ultimi posti del pianeta a venirci in mente. Tobias Möckl, però, ha fondato proprio nella ridente cittadina il suo progetto di black-metal atmosferico, astratto e cosmico intitolato Paysage d'Hiver. Il contrasto fra la lugubre alternanza di desolazione e angoscia che si percepisce nelle sue composizioni racconta una realtà tutt'altro che idilliaca, ribadendo che la mente di ogni uomo è un cosmo interiore che convive, a volte in contrapposizione, con gli spazi che il corpo abita.

Il progetto è una one-man-band in cui Tobias prende il nome di Wintherr, una fusione fra "Winter", cioè inverno, e "Herr", signore. Il paesaggio gelido citato dal progetto è il tratto comune della vasta produzione solista di Möckl, da intendersi come una corrispondenza Baudelaire-iana fra la natura, fredda e immobile, e l'anima del compositore, priva di vita e desolata. Il fatto che Möckl sia attivo anche nel misterioso progetto Darkspace risulterà, dopo l'ascolto di Paysage d'Hiver, del tutto coerente: il parallelismo fra il cosmo interiore e la realtà naturale è lo stesso.

Ci si muove sul sentiero tracciato dal Burzum più ambientale, che Möckl individua come propria principale influenza. Ridurre tutto all'alveo del black-metal, però, soffocherebbe questa narrazione di cos'è Paysage d'Hiver, svilendone la complessità. Nelle sue composizioni estese, il progetto ingloba spunti ambientali e psichedelici, sfruttando un polistrumentismo che volentieri si allontana dai tipici strumenti rock. Un esempio su tutti è il violino, il primo strumento suonato da Möckl e forse la più diretta e sincera voce della sua interiorità, ma nel corso degli anni incontriamo sintetizzatori e organi in abbondanza, oltre a un dialogo via via più importante con le procedure dell'ambient. Alla musica stricto sensu si aggiungono le copertine e il materiale rappresentativo, che completano il progetto, descrivendo un mondo estetico tratteggiato capitolo dopo capitolo, con una lentezza meditativa.

Per quanto ufficialmente le raccolte pubblicate fra il 1998 e il 2013 siano da considerarsi, a sentire Möckl, una semplice serie di demo, si tratta in realtà di un insieme di dieci capitoli musicali che descrivono un regno fatto di natura e spiritualità. Particolare risalto, comunque, ha l'album Im Wald (2020), primo lavoro ufficiale che scarta dall'etichetta di demo, e segna l'approdo all'ufficialità. Ricostruiamo, quindi, questa lunga saga dedicata a un regno gelido, ripartendo dalla fine dello scorso secolo.

Steineche (1998) divide la sua ora di durata in tre lunghe composizioni. "Die Baumfrau" sceglie come prologo la registrazione di una tempesta invernale, prima di iniziare a tessere il primo frammento di una sinfonia dell'angoscia. Per tutti i 16 minuti successivi, tra folate di black-metal assordante e gracchiante si fanno spazio melodie maestose, malinconiche e immaginifiche: è l'altalena fra atroce dolore e familiare tristezza, uno degli assi portanti dell'estetica di Paysage d'Hiver.
"Der Baumann" sceglie di aprire con un post-rock lo-fi, prima di immergersi in una liturgia da incubo, dominata da una voce gorgogliante e conclusa da una mesta altalena di violino riverberato. "Der Baum" non ha nulla del rock o del metal: apre fra nuvole di ambient impalpabile, resa tetra dai sussurri marcescenti e tensiva dagli interventi minimalisti di violino; dopo, suona una trenodia d'organo e passeggia in desolanti paesaggi ghiacciati, tra tetri sussurri e mortali folate di gelo; infine, come in un volo metafisico, ascende al cosmo con rintocchi funebri, facendo proprio il lirismo sacro dei Popol Vuh per lanciare un climax commovente, per voce di soprano.

Dettata la linea, il successivo Schattengang (1998) apre concedendosi a un vorticoso black-metal opportunamente rallentato, ora doom-metal e ora post-rock, nel finale terribilmente minaccioso: è un maelström che serve a trascinare l'ascoltatore, abitua le sue pupille al buio sconfortante del paesaggio che si andrà a esplorare. Particolare attenzione la merita la voce di Möckl, il ponte fra umano e sovrumano, che qui scopre ed esplora nuove possibilità, sprofondando in un baritono pestilenziale.
La composizione centrale, questa volta, è chiaramente "Die Zeit Des Torremond", che occupa 21 dei 42 minuti totali. Dopo 7 minuti di furioso black-metal a bassa fedeltà, rallenta in una tempesta di chitarre che sfuma nel silenzio. E' una notte abitata da bave di organo galattiche e tremori ritmici, che spalancano la porta su un orrore fatto di assordante black-metal claustrofobico. Le splendide vertigini di chitarra, dei glissando che sembrano imitare una demoniaca sirena, guidano il climax, prima che un coro di fantasmi fornisca un'immagine tanto spettrale quanto suggestiva. Completa "Atmosphere", 7 minuti di minimalismo elettronico impalpabile, la danza della neve che precipita nel silenzio.

Il terzo demo del 1998, lo strumentale Die Festung, è meno monumentale. Divide i suoi 39 minuti fra 5 brani, ma soprattutto completa le altre visioni sonore già pubblicate, esplorando il lato più atmosferico e ambientale della musica di Möckl. "Eishalle" (15 minuti, il brano più esteso) è fra "Filosofem" e kraut-rock, fra studio filosofico-minimalista e visione galattica. Il resto non devia troppo da questo sentiero, fra i Kraftwerk di "König Winter" e la baluginante psichedelia di "Schneekönigen", fino all'ectoplasmatico ritmo di synth imbastito da "Prinz Frost".

Per ritornare all'inferno di angoscia e ghiaccio basta, comunque, ascoltare la nube sonora di "Tiefe", brano d'apertura di Kerker (1999): è un black-metal mostruoso, che unisce la furia dei Bathory alla maestosità degli Emperor, declinandola in un lo-fi ossessivo. "Schritte" affoga in un vento tetro una marcia di guerra, schiantando poi nel tornado di "Schatten" ogni brandello di musicalità, tranne per qualche riserva melodica abitata da lingue di synth algidi. Tornato il più furioso e polare dei black-metal in "Gang", si chiude un'esplorazione nella più fredda delle notti artiche.
Ormai sempre più maturo nell'alternarsi di immaginifico e fisico, descrittivo e visionario, Möckl prosegue la sua saga invernale dosando sapientemente il ritorno di elementi familiari con tensioni atmosferico-ambientali aperte a nuovi sviluppi. Quel che manca è la capacità di organizzare questo linguaggio in composizioni estese e immersive, vale a dire accordare ambiziosamente il contenuto con il formato. Non esiste soluzione migliore, infatti, per restituire la parossistica distesa di neve e ghiaccio fantasticata da Möckl, che la composizione ciclopica, sviluppata in colossali fantasie d'incubo.

Questo obiettivo viene raggiunto da Paysage d'Hiver (1999), tre lunghe composizioni di oltre i 15 minuti l'una. Il titolo è tutt'altro che casuale, visto che l'opera riassume e organizza l'estetica sviluppata nei demo precedenti. Se il progetto rimane un ideale, lunghissimo continuum, questo lavoro omonimo è il perfetto punto di partenza per chi non volesse dedicarsi all'ascolto integrale della discografia. Una produzione leggermente più clemente con i timpani valorizza i dettagli sonori, senza ridurre di molto l'estremismo estetico della musica. "Welt Aus Eis" vomita malessere mentre impazza un tifone black-metal, poi arpeggia in un folk solitario per ripartire a ritmo di carica, con il violino che graffia a sangue il leviatano musicale in un duello epico.
Esploso in una bolla dark-ambient, il tessuto sonoro si ricompone nella stentorea "Gefrorener Atem", un midtempo torcibudella accompagnato da lentissime melodie distorte, una solenne messa per organo e un meno denso, più visionario finale a tempo di doom-metal funebre. Spetta a "Der Weg" concludere, facendo vorticare melodie folk sullo sfondo di un ferale black-metal asfittico, portando alla lenta emersione della componente più atmosferica, fino al mare di malinconia degli ultimi minuti.
Si mette così insieme un quadro che unisce disperazione e introspezione, l'amore per i classici del genere e il loro superamento, l'armonia equilibrata fra varietà e coerenza. Bignami di un discorso più vasto, Paysage d'Hiver riesce a scrivere un'opera che designa Möckl come un degno e credibile erede di Burzum.

Kristall & Isa (2000) ritorna a un formato meno ciclopico, impiegando sei brani per coprire meno di 38 minuti totali. Si tratta di un lavoro interlocutorio, che si inserisce nella sterminata serie di demo pubblicati fra i due millenni da Möckl, ma che sfigura dinanzi al suo diretto predecessore. 

Winterkaelte (2001), al contrario, supera l’imponenza delle opere precedenti, abbattendo il muro dei 92 minuti totali nella versione originale, su musicassetta. Degli appena 6 brani presentati, il più breve rimane sugli 11 minuti e il più esteso supera i 20: persino per questo progetto, sono dimensioni ragguardevoli. La versione su compact-disc è accorciata a 79 minuti, conservando gran parte della sua imponenza. L’unico brano seriamente tagliato è “Einsamkeit”, il più ambientale. Facile immaginare l’opera come un compendio sontuoso del progetto, un’estesa esplorazione dell’immaginario gelido, funereo e fantastico che già è emerso nei demo precedenti. Visto che ogni viaggio spirituale che si rispetti richiede tempo e impegno, per non ridurre l’avventura a una mera scampagnata intimista, Winterkaelte possiede il formato ideale.
Ciò detto, sarebbe ingenuo immaginare un ascolto a cuor leggero, anche solo per l’angosciante clima lugubre a cui l’ascoltatore è costantemente sottoposto: è un’ora e mezzo di vento che taglia la faccia, di tormenti interiori, di terrore e di smarrimento. "Ich Schreite" affina l'aspetto sinfonico di questo black-metal violento e atmosferico, che si sovrappone brutale e desolante in una mistura velenosa. "Ich Starre" rallenta in un black-doom ossessivo, in cui l'organo si spande minaccioso. Il manifesto è "Winter", fragile e malinconica melodia di flauto che serve per introdurre un midtempo ossessivo. Alterna, quindi, desolante dolcezza e angosciante maestosità, con le più timide melodie a contrastare massacri black-metal di permafrost. Dopo la sfuriata disperata della fulminea trenodia di "Eintritt In Die Sphaeren", "Finsternis" ritorna al centro del paesaggio invernale, nel cuore del gelo dell’anima che Möckl descrive con dedizione monomanicale.

Comprensibilmente, dopo un settetto di demo contenenti una serie di composizioni estese, il progetto ha una battuta d’arresto. Nei tre anni successivi arrivano solo due split. Il primo è con Christoph Ziegler, alias Vinterriket, una one-man-band black-metal svizzera, e si intitola Schnee/ Das Winterreich (2003): i due brani che danno il titolo, entrambi di 16 minuti e mezzo, condividono la stessa anima di black-metal atmosferico. La composizione di Paysage d’Hiver, “Schnee”, è in linea con il suo stile, e onestamente non aggiunge molto di nuovo a quanto già ascoltato. Quella di Ziegler, “Das Winterreich”, invece, mostra cosa succede a interpolare il black-metal atmosferico con una sognante e gotica synth-wave.
Per il secondo split album, invece, collaborano i tedeschi Lunar Aurora, anche loro formazione di heavy-metal nerissimo e ambientale. Si dividono i 43 minuti con una sola, lunghissima, composizione per i tedeschi e due, più brevi, per il nostro Möckl: rispettivamente “A Haudiga Fluag” (21 minuti) i primi e “Schwarzä Feus” e “Schwarzäs Isä” per lo svizzero.

Nacht (2004), a tema notturno invece di invernale, è un ritorno al formato dei demo che rinnega la fusione di black-metal ambientale e assordante per tre quarti della sua durata, cercando nuove soluzioni stilistiche. I lunghissimi field-recording ventosi e lugubri dominano "Des Lichtes Sterben I" (17 minuti), senza che sia suonato un solo secondo di black-metal. Questo ritorna con "Ein Getriebener Im Schneestreiben", dissolvendosi nella seconda metà dei suoi 18 minuti in uno strazio black-doom sfumato nel cosmico.
La lentissima "Finsternis, Tod Und Einsamkeit Ersticken Meinen Atem" lascia fluttuare fendenti di chitarra per 17 minuti, fra il funebre e lo psichedelico. Solo con i 21 minuti di "Des Lichtes Sterben II" si può ascoltare il sound di Paysage d'Hiver nella sua tensione furiosa e ambientale, con una lenta e desolante coda post-metal.
Sono anni difficili per il progetto e Nacht non riesce a nasconderlo, con le sue sembianze di tentativo di rifondazione stilistica. Möckl rimane comunque un musicista capace di leggere il genere da una prospettiva assai personale. Il lungo silenzio che segue non fa ben sperare, tanto che la ritrosia dell'autore e la natura a dir poco underground del progetto alimentano l'inevitabile convinzione del musicofilo: Paysage d'Hiver è tornato nel silenzio da cui è uscito, in un gelido ed eterno inverno artico.

Einsamkeit (2007), tre soli brani ma chilometrici, arriva dopo un triennio di iato. Ancora una volta, qualcosa è profondamente cambiato. La solennità cosmica di "Einkehr" è più una messa celeste new age virata al nero pece che una qualsiasi emanazione del black-metal. La fusione di spaziale e inquietante, di galattico e mortale, è simile a quella sviluppata dai Darkspace, in cui lo stesso Möckl milita, ma solo nella terza composizione, “Kraft”, c’è del dell’heavy-metal, peraltro informe e atmosferico, rumoroso e sinfonico. Per capirsi, in tutto l’album non c’è un secondo di batteria.

Intercorrono ben sei anni fra l’album appena analizzato e Das Tor (2013), 71 minuti per 4 brani. Tornato alle proporzioni disumane di Winterkaelte, dopo ben 12 anni, il progetto si presenta affinato dall’esperienza: una produzione più clemente con i sistemi audio, equilibri più azzardati tra bestiale black-metal e angosciante dark-ambient e, soprattutto, una chiara ripresa del tema dell’inverno eterno e scurissimo da cui tutto è iniziato.
“Offenbarung” (23 minuti) apre come una liturgia funebre, massacra i timpani con un black-metal sinfonico e lugubre, si scioglie in un black-doom colloidale e psichedelico, quindi chiude con una poetica preghiera cosmica dei sintetizzatori. “Macht Des Schicksals” segue un copione simile, esplodendo anche in sbuffi gotici, mentre “Ewig Leuchten Die Sterne” sceglie una strategia differente: invade lo spettro sonoro di distorsioni assordanti di chitarra che mal celano una marcia funebre, resa visibile dal diradarsi dell’arrangiamento; come sospinta da una forza miracolosa, la tragica trenodia si eleva a canto interstellare e sfuma in quel vento che è ormai il marchio di fabbrica di tutto il progetto. Chiude “Schluessel”, nel pieno del vortice della disperazione e dell’ansia, prima di diventare un tributo cosmico degno dei Tangerine Dream.
Quello che l’album riesce a fare è, soprattutto, rinnovare la speranza di un futuro per Paysage d’Hiver, senza che il progetto sia snaturato. Al pari di Paysage d’Hiver (1999) e Winterkaelte (2001), è un modo efficace per esplorare il mondo invernale di Möckl senza perdersi nel vasto catalogo di demo.

Nel frattempo, esce anche la compilation Das Gletschertor/ Das Schwarze Metall-Eisen (2020), che raccoglie due lunghe composizioni altrimenti difficili da recuperare.

Servono addirittura 7 anni per ascoltare il seguito, Im Wald (2020), probabilmente la sua opera definitiva: 120 minuti, ben 13 brani, distribuiti inizialmente in un’edizione limitata che non fa che alimentare il ristretto culto dell’autore. Tutta l’esplorazione stilistica di 22 anni ritorna, per essere messa nuovamente a sistema. Il lavoro fu distribuito a gennaio anche su chiavette Usb con custodia intagliata in legno, ma solo in cinquanta copie riservate ad un numero ristretto di partecipanti. Era un evento esclusivo per presentare l’album. Solo a giugno viene distribuito in modo più ampio in formato doppio cd o in un quadruplo vinile in elegante box di legno realizzato in tiratura limitata dalla stessa label di Möckl, la Kunsthall Produktionen
Im Wald è un po’ una summa del lavoro di Wintherr: oscure stratificazioni sonore tra chitarre taglienti, grida lancinanti e synth angoscianti che creano lunghi mantra sonori che danno l’impressione di viaggiare attraverso la più gelida e feroce tormenta di neve. Vi siete persi all’interno di un bosco in pieno inverno e forse non riuscirete più a tornare a casa sembra dirci l’ispirata “Im Winterwald” che apre le danze di un lavoro compatto e diretto, apice di una carriera cristallina mai scesa a compromessi. Le tracce presentano in apertura i campionamenti di un freddo vento gelido che introduce ricche stratificazioni sonore fatte di blast-beat e onde sinfoniche che sfociano in catartiche esplosioni rumoriste. “Stimmen Im Wald” e “Flug” sono cupe, lunghe liturgie apocalittiche per misantropi, tra chitarre abrasive e funerei sintetizzatori che si mescolano in un horror vacui sonoro. In "Le rêve lucide" fa persino capolino il suono di un violino prima di essere risucchiato nel maelstrom artico che inesorabilmente tutto inghiotte e divora senza possibilità di salvezza, come Crono con i suoi figli.
Siamo di fronte a una delle prove migliori e più esaustive sotto la sigla di Paysage d'Hiver: una visione anticosmica dove l’inverno estremo si lega alla fine della vita in maniera inesorabile; un lavoro elitario per chi avrà l’ardore di intraprendere il viaggio nel bianco più profondo.

Dopo 22 anni dal primo alzarsi del vento, il paesaggio invernale è ancora una terra oscura e minacciosa, che si rafforza nella sua eterna desolazione. Pure con lunghe pause, momenti di crisi e di rinascita, è sempre stato un progetto musicale dalla chiara dimensione underground, che chiede dedizione e pazienza e concede, in cambio, uno scorcio di un quadro ammaliante eppure inquietante: è una finestra sull'inverno, apparentemente eterno, dell'anima.

Contributi di Marco De Baptistis ("Im Wald")



Paysage d'Hiver

L'inverno dell'anima

di Antonio Silvestri

La storia, ultraventennale, del misterioso progetto di black-metal atmosferico dello svizzero Tobias Möckl, ambientato in un regno artico di sua invenzione
Paysage d'Hiver
Discografia
 Steineiche (Kunsthall, 1998) 
 Schattengang (Kunsthall, 1998) 
 Die Festung  (Kunsthall, 1998) 
 Kerker (Kunsthall, 1999) 
 Paysage d'Hiver (Kunsthall, 1999) 
 Kristall & Isa  (Kunsthall, 2000) 
 Winterkälte  (Kunsthall, 2001) 
 Nacht (Kunsthall, 2004) 
 Einsamkeit (Kunsthall, 2007) 
 Das Tor (Kunsthall, 2013) 
 In Wald (Kunsthall, 2020) 

 

 
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(2020 - Kunsthall Produktionen)
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