17/06/2019

Eddie Vedder

Collisioni Festival, Barolo


di Claudio Lancia
Eddie Vedder

Cosa starà pensando Eddie Vedder mentre si ritrova a cantare per la milionesima volta una versione di “Black” da togliere il fiato, accompagnato da un quartetto d’archi e dal pubblico estasiato che vorrebbe trascinarla con il proprio coro sino all’infinito? Proverà la consapevolezza di aver scritto un pezzo di storia? Oppure l’orgoglio nel veder sfilare diverse generazioni davanti al proprio sguardo? Cosa è rimasto del ragazzo che si arrampicava sui tralicci sopra il palco lasciandosi dondolare nel vuoto, fin quando un giorno, scorgendo gli occhi della figlia dall’alto, decise che era giunta l’ora di smettere? Le canzoni che ci hanno riempito la post-adolescenza sono tutte ancora lì, immutabili. Vogliamo bene a quest’uomo, con la sua voce che con l'età si è fatta ancor più baritonale, un artista che ha saputo regalare un’altra calda serata di dolci ricordi. Ricordi, dall’uomo che sta facendo della nostalgia il proprio cavallo di battaglia. La platea a un certo punto chiede le “canzoni vecchie”, quelle di “Ten”, “Vs” e “Vitalogy”, che poi come al solito sono quelle che tagliano il cuore in due, che tranciano il fiato, che fanno scendere le lacrime, copiose, lungo il viso di inossidabili cinquantenni e dei rispettivi figli. L’uomo che da solo tiene in pugno qualsiasi arena, senza annoiare neppure per un attimo, anche con il solo accompagnamento di una chitarra - ora acustica, ora elettrica - o di un ukulele, e della bottiglia di vino rosso, un feticcio che lo ha sempre accompagnato su qualsiasi palco in giro per il globo.

Eddie chiude il cerchio esibendosi a Barolo, dove il vino nasce, cantando in una piazza per lui piccolissima, Piazza Colbert, nel bel mezzo di un paesino di 800 abitanti immerso nelle Langhe, con le signore affacciate ai terrazzi che si chiedono chi potrà mai essere quel simpatico tizio di mezza età che suscita tanta adorazione, con le finestre aperte sulle cucine fumanti, una “small town” dove l’80 % dei negozi sono enoteche e l’intero orizzonte è occupato da verdissime colline coltivate a vigna, da sempre la grande ricchezza di questo territorio. Una dimensione inedita per Vedder, nella quale rimescolare i ricordi di una vita, come fa da qualche anno, proponendo il proprio canzoniere solista miscelato a quello dei Pearl Jam, più una selezione di cover e omaggi assortiti. Uno show che non si differenzia granché da quelli ammirati due anni fa a Firenze e Taormina, ma che non smette di attirare fan e curiosi, perché il magnetismo di quest’uomo resta immutato con il passare del tempo.

Al Firenze Rocks due sera prima non era andata benissimo: secondo alcuni Eddie non stava bene, forse vittima di una leggera forma influenzale, secondo altri sarebbe stato costretto dall’organizzazione a chiudere anzi tempo lo spettacolo, in soli un’ora e cinquanta minuti, un compitino per i suoi standard abituali, cosa che lo avrebbe fatto alterare, con conseguente interazione col pubblico ridotta ai minimi storici. A Barolo è tutta un’altra storia: la situazione raccolta è rassicurante, il calore del pubblico si percepisce, Vedder è più sciolto, e andrà avanti per due ore e venticinque minuti, uno degli show più corposi dell'intero tour 2019. I momenti topici del concerto arrivano con i classici dei Pearl Jam, sia versante ballad (“Indifference”, “Sometimes”, “Long Road” e la già citata “Black” raggiungono vette d’intensità quasi insostenibili), sia aumentando i giri, sulle note più frenetiche di “Porch” e “Last Kiss”. La struttura del concerto è confermata come da tradizione: Vedder affronta la folla in completa solitudine per la prima parte del set, poi viene raggiunto dal quartetto d’archi (che addirittura prende il centro della scena su una “Jeremy” suonata senza Vedder, con le parti vocali affidate alla platea), e successivamente dall’amico Glen Hansard. Come al solito il cantautore irlandese si è anche occupato di svolgere il ruolo di opening act, solo voce a chitarra acustica, in una mezz'oretta nella quale ha alternato vecchi brani del proprio repertorio con un paio di estratti dal nuovo album “This Wild Willing”.

Le cover proposte da Vedder sono tante, da Warren Zevon a Cat Stevens, dai Beatles a Cat Power, dai Pink Floyd a George Harrison, più l’omaggio allo scomparso Tom Petty, materializzato nella sentita riproposizione di “I Won’t Back Down”. Ma l’apoteosi viene raggiunta grazie a una trascinante versione di “Should I Stay Or Should I Go” dei Clash, grazie alla quale Eddie dimostra di essere l’unico artista al mondo in grado di suonare con autorevolezza in modalità punk-rock accompagnandosi soltanto con un ukulele. Sul finale ancora brividi con due tracce dal repertorio di Glen Hansard, eseguite fra un bicchiere e l’altro: “Song Of Good Hope” e “Falling Slowly”. Si chiude con “Hard Sun”, poi i saluti, l’uscita di scena, e il pronto rientro per un’ultima canzone, a luci accese. Come sbagliarsi: si tratta di “Rocking In A Free World”, il classicone che - sia da solo che con i Pearl Jam - Vedder utilizza da tempo immemore per chiudere quasi tutti i concerti. Perché alla fine tutto, o quasi, deve restare immutabile…

Il Festival Collisioni, giunto al traguardo dell'undicesimo appuntamento, fa dunque centro di nuovo: dopo aver ospitato nelle scorse edizioni nomi del calibro di Depeche Mode, Elton John e Robbie Williams, riesce a piazzare un altro colpo di grande effetto, realizzando l’ennesimo sogno della piccola cittadina. Quello con Vedder è soltanto il primo appuntamento dell’edizione 2019, che prevede in cartellone nelle prossime settimane Liam Gallagher (4 luglio), Carl Brave e Max Gazzè (5 luglio), Maneskin e Salmo (6 luglio), Thirty Seconds To Mars (7 luglio), Macklemore (10 luglio) e Calcutta (13 luglio), più il gran finale affidato a Thom Yorke (16 luglio).

Setlist

Toulumne (tape)

Keep Me In Your Heart (Warren Zevon cover)

Don’t Be Shy (Cat Stevens cover)

You’ve Got To Hide Your Love Away (Beatles cover)

Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town

I Am Mine

Brain Damage (Pink Floyd cover)

Sometimes

Good Woman (Cat Power cover)

Wishlist

Indifference

Far Behind

Long Road

Guaranteed

Can’t Keep

Just Breathe

Better Man

Last Kiss

Porch

Jeremy (cantata dal pubblico con il quartetto d’archi)

Isn’t It A Pity (George Harrison cover)

Unthought Known

I Won’t Back Down (Tom Petty cover)

Black

Sleepless Night (Everly Brothers cover)

Song Of Good Hope (Glen Hansard)

Falling Slowly (Swell Season)

Society

Should I Stay Or Should I Go (Clash cover)

Hard Sun

Rockin’ In A Free World (Neil Young cover)

 

SETLIST GLEN HANSARD:

Say It To Me Now

Don’t Settle

Shelter Me

When Your Mind’s Made Up

Grace Beneath The Pines

I’ll Be You, Be Me

Her Mercy / Drive All Night

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