13/04/2019

Franti

Blah Blah, Torino


di Massimiliano Speri
Franti

(continua da qui)

Strumentazione: lo stretto indispensabile.
Effettistica: all'osso.
Merchandise: non pervenuto.
Atmosfera: più che informale.

Mi aspettavo un concerto tirato, ma qua c'è aria da tempesta di piombo. Quello che invece non avevo messo in conto era trovarli così teneramente agitati, come al primo concerto. Trent'anni di latitanza dai palchi son tanti: io li compirò tra un mese, e mi sembra già di aver vissuto un’eternità. Specie se la missione è da turno in miniera: due set uno di fila all’altro, in modo da non scontentare la calca che ormai da ore sta intasando via Po. Chi per tornare con la mente ai suoi "anni importanti", chi per recuperare in differita qualcosa che l'anagrafe gli ha negato, chi perché è gratis e il locale è in centro. Poco importa: questo concerto è un regalo, e chi vuole può prenderlo.

Se la sfrontatezza dei vent'anni ha lasciato il posto a una matura prudenza, la lucidità è quella di sempre. Alle loro spalle si materializza uno spot patinato, in men che non si dica dirottato in una Palestina in fiamme formato diretta Facebook. Il commento, però, dribbla la rabbia e abbraccia una disarmante malinconia: un brano nuovo, "Campi", solenne requiem scandito dal chorus di Vanni e dal sassofono tenore di Stefano, via via più arcigno, culminando in un doppio recitato sovrapposto a mo' di proiezione warholiana. Dolente come un fiammifero in una notte di bufera, il canto di Lalli rimane il pianto più straziato della musica italiana.

Poi quell'attacco, così intriso di dramma. Ricordo ancora la prima volta che lo ascoltai, in una camera distante chilometri e anni dalla loro Torino opprimente, eppure specchiata in quella medesima desolazione. "Il sole scalderà gli ultimi piani/ Sotto casa c'è disperazione/ Se guardo adesso oltre l'insegna/ Ci vedo il fumo che si sta agitando/ Sotto la nostra lingua muta": un incipit che non fa prigionieri ma di prigionieri ne riscatta tanti, l'inno più potente dei nostri anni 80. Il "No Future" è evocato, non invocato. Nulla a che fare col nichilismo spaccone di John Lydon, qua siamo di fronte a una vera tragedia, politica ed esistenziale: quella di un "futuro già finito". Rinunciano all'iconica frase di sax per un arrembaggio di sole chitarre, ispido come una carica di fanti disarmati. Brividi e silenzio.

Vanni ci presenta Ofelia, la 355 TD Stereo che lo accompagna sin dagli esordi, ed è lei a tessere la tela glaciale de "L'Uomo sul balcone di Beckett", presto frantumata in uno sghembo bolero wave, sferzato dalle folate mediorientali del sax. Ogni gesto di Lalli è così misurato e carico di tensione che sembra ogni volta preludere a una catastrofe. "Ho sognato di sentire una chiave/ Aprire la mia porta": la nostra l'avete spalancata a calci. 
"Siamo qui per sognare ancora una città diversa, in cui trovare aria: senza di voi non avremmo fatto niente": la ricompensa è nel fluttuare vaporoso di "Movimenti", tratta dalla poesia di Montale "Corno inglese" e sospesa su uno scheletrico arpeggio di basso, ancora più spoglio di quei versi, su cui alitano gli altri strumenti, disciolti senza soluzione di continuità negli armonici di "Io nella notte".

"Negli anni 80 sembrava tutto più semplice: sarà che ce ne sbattevamo, sarà che stasera non avete pagato", ridacchia Vanni mentre tenta per l'ennesima volta di accordare il suo recalcitrante bestione: Franti è anche questa sistematica auto-profanazione, che tuttavia non rende meno intensa "Non cambierà", declamata da Stefano come davanti al plotone d'esecuzione. "Ogni uomo ha davvero il suo tempo/ Esiste lontano da qui": neanche troppo lontano, in una serata come questa.
Doverosa dedica ai commilitoni caduti: Paolino "Plinio" Regis e Tony Ciavarra. Commozione in sala, la stessa di cui è imbevuta "Elena 5 e 9", ode al suicidio poetico di chi si incammina verso il mare per non tornare più indietro, come la poetessa argentina Alfonsina Storni. E sembra un gabbiano di carta sopra quelle stesse onde l'arpeggio di "E sarai tu", che omaggia il genus loci torinese per eccellenza: Cesare Pavese.

Il tributo più toccante, in ogni caso, è quello di "Brigata Partigiana Alphaville", un crescendo che somiglia a una guerra di posizione, in cui Lalli ricorda il padre con la voce sempre sul punto di sgretolarsi. E solo sul pianeta Franti, dopo tante lacrime di fierezza, può trovare posto una "Preachin' Blues" realmente posseduta dallo spirito di Robert Johnson. Se si condividono i punti programmatici, non esiste barriera di stile che tenga.
Dopo le fiamme, il gelo: ma "Le loro voci", pur sepolti in questo letargo, le sentiamo ancora benissimo. Congedo a ritmo di marcia con "Nel giorno secolo", sanguinante di compagni in prigione ma profumata di Luce e Libertà.
"Non dico alla prossima altrimenti ci si rivede fra trent'anni…": e il bello è che, c'è da scommetterci, chi potrà sarà di nuovo sotto quel palco. Nel frattempo, tutti fuori e via con il secondo round.

Sommando anche solo '77, hardcore e prima stagione dei centri sociali, il conto è presto servito: in Italia si è agitato il più vasto movimento giovanile dell'Europa occidentale, senza eguali per la visceralità con cui arte e politica si sono compenetrate. Le bombe, l'eroina, il Riflusso: tutte ve le siete inventate pur di affossare quel miracolo, e alla fine ci siete riusciti. Ma questa musica no, non ce l'avete fatta a portarcela via.

Setlist

Campi
No Future
L'uomo sul balcone di Beckett
Movimenti
Io nella notte
Non cambierà
Elena 5 e 9 
E sarai tu
Brigata Partigiana Alphaville
Preachin' Blues
Le loro voci
Nel giorno secolo

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