12/11/2019

Glen Hansard

Auditorium Parco della Musica, Roma


di Claudio Lancia
Glen Hansard

Per l’imprevedibile coincidenza di strane congiunzioni astrali, Glen Hansard è uno dei musicisti che mi è capitato più volte di vedere dal vivo, e nelle più svariate circostanze. Tanto in arene open come il Rock In Roma e il Firenze Rocks, quanto in situazioni raccolte come l’Anfiteatro Greco di Taormina o una piazza di Barolo, fin anche nel meraviglioso Royal Festival Hall londinese. A volte come protagonista assoluto, altre come ospite e opening act nei concerti dell’amico Eddie Vedder. Sempre mi sono ritrovato a pormi la medesima domanda: perché non è mai riuscito ad avere un seguito più importante? L’ex-busker in Irlanda è una celebrità, anche perché oltre a cantare è stato – fra le altre cose – un buon attore (non solo per "The Commitments"). Ma fuori dalla "sua" isola resta un nome sconosciuto ai più, nonostante un Premio Oscar vinto nel 2008 nella categoria "Best Original Song".

Glen transita molto spesso dall’Italia, e in questo caso l’occasione di vederlo è fornita dal tour promozionale a supporto di “This Wild Willing”, che fa tappa nel nostro paese per tre date (Milano, Roma e Bologna) delle quali seguiamo quella tenuta nella Sala Sinopoli dell’Auditorium capitolino. Oltre due ore e mezza di spettacolo, senza risparmiare nemmeno una stilla di sudore, concependo un set che – come al solito – miscela il repertorio personale ai ripescaggi dalle library di Frames e Swell Season, i suoi più noti progetti passati.
Dopo tante aperture in acustico per Vedder è un piacere vederlo sprigionare grande energia full band. Sul palco sono in otto, e a ognuno Glen concede il meritato spazio: il chitarrista “anziano” (Javier Mas, storico sodale di Leonard Cohen) che dopo aver arpeggiato mandolini e chitarre acustiche sfodera un solo di grande maestria sull’elettrica, la violinista che introduce sapori d’Irlanda e Medio Oriente (in "The Wild Willing" sono presenti tre musicisti iraniani che lo hanno fortemente influenzato), Earl Harvin che suona la batteria come se fosse l’attività più semplice al mondo, Romy, la bella tastierista che ricama di fino fra tasti e cori, il polistrumentista che si divide fra fiati e synth.

Hansard si ritaglia anche momenti d’introspezione, restando da solo al piano per “Bird Of Sorrow” o con la chitarra acustica per “This Gift” e per la sempre toccante “Grace Beneath The Pines”, durante la quale si spinge a ridosso del pubblico, lasciando che la propria voce sprigioni tutta la potenza possibile, senza l’ausilio del microfono. Rabbia e romanticismo in perenne equilibrio, ma a restare impressi sono in particolare quei momenti nei quali tutta la band esegue uno stop improvviso (accadrà diverse volte durante il set) per lasciare in evidenza il minimalismo di un arpeggio, per poi ripartire tutti assieme con rinnovato vigore.
Un concerto di crescendo imperiosi, dove la voce sale fino a lasciare di stucco (“I’ll Be You, Be Me”), di cavalcate rock a briglie sciolte (“Didn’t He Ramble” su tutte), di arcani acustici che arrivano a sporcarsi con il noise (“When Your Mind’s Made Up”), di blues zozzissimi (“Way Back In The Way Back When”), di momenti che spezzano il cuore dalla bellezza (“Song Of Good Hope” e “Falling Slowly” riportano alla mente le serate condivise con Vedder, sì, ci sono molti fan dei Pearl Jam in sala questa sera).

Disseminati qua e là fugaci omaggi a Jeff Buckley (una “So Real” appena accennata), dEUS (“Hotellounge”) e Sparklehorse ("The Most Beautiful Widow In Town"), oltre agli inviti a salire sul palco per qualche minuto indirizzati prima all’amico Fabrizio Fontanelli dei romani Mardi Gras, e durante i bis a Nina Hynes (per cantare assieme “The World”), la cantautrice irlandese che tre ore prima aveva aperto la serata. Tanta energia, tante emozioni, e una raccolta di canzoni che dal vivo divengono ancor più coinvolgenti.
Nonostante gli evidenti meriti e i riconoscimenti raccolti, Hansard continua però a restare patrimonio di pochi. Forse nella sua carriera è mancata la hit della svolta, o forse il modo di presentarsi non è mai stato abbastanza accattivante. Ma non escluderei l’ipotesi che a lui tutto sommato possa andar bene così: mantenere questo livello di notorietà gli consente di preservare un'integrità artistica alla quale non sarebbe disposto a rinunciare, soprattutto ora, alle soglie del cinquantesimo compleanno. Tanto, male che potrà andare, ci sarà sempre il buon Vedder a fargli un fischio per un altro tour, nel quale lo accompagnerà senza esitazioni fino in capo al mondo.

Setlist

Glen Hansard

I’ll Be You, Be Me

The Moon (Swell Season song)

My Little Ruin

When Your Mind’s Made Up (Swell Season song)

Bird Of Sorrow

This Gift

The Closing Door

Fitzcarraldo (Frames song)

Friends And Foe (Frames song)
Didn’t He Ramble

Leave A Light (dedicated to Danny Sheeny)

Race To The Bottom

Brother’s Keeper

Way Back In The Way Back When

Grace Beneath The Pines

Lowly Deserter

Her Mercy

Star Star (Frames song)

Hotellounge (dEUS cover)
The Most Beautiful Widow In Town (Sparklehorse cover)

Fool’s Game

…. ….

Song Of Good Hope

The World (Nina Hynes cover)

Good Life Of Song

Falling Slowly (Swell Season song)

 

Nina Hynes

Go

The Rabbit Hole

Uni (Looking For You)

Fastened To The Rock

Raging Fire

Unfuck The World
Glen Hansard su OndaRock
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