25/03/2021

Julien Baker

Analog at Hutton Hotel, Nashville


di Daniel Moor
Julien Baker

Non ero mai stato negli States. Ma, si sa, c’è sempre una prima volta e può capitare anche in queste circostanze strane e surreali. Delle spericolate vicende che mi hanno portato dall’Europa alla sala concerti qui a Nashville tacerò un po’ per non dilungarmi inutilmente in storie tutto sommato già lette o sentite, un po’ per rispetto della privacy dei miei mille compagni di viaggio (ah, quel simpatico giovane portoghese con cui ebbi modo di conversare a lungo mi supplicò di non nominarlo, perché voleva evitare che il fratello maggiore, un vero metallaro, scoprisse che stava facendo tutta questa sfacchinata solo per una cantautrice indie) e un po’ per nascondere qualche imbarazzante abbaglio geografico – forse mi sarei dovuto fidare di Google Maps? – che mi ha costretto a una lunga, evitabile deviazione prima di giungere nella capitale del Tennessee.

Incomincerò quindi con il raccontare l’attesa nel locale, la vibrante trepidazione che si percepiva nell’aria. È una serata dalle grandi attese: si tratta del primo concerto di Julien da molto tempo e soprattutto il primo a supporto del grandioso “Little Oblivions”, con una vera band alle spalle. Improvvisamente mi accorgo di non essere mai stato così vicino a un palco. Saranno quaranta, trentacinque centimetri? Cose che capitano forse solo nei locali underground dove ci suonano i venerdì sera le band garage rock di alcuni compagni di studio o in quei celebri scantinati statunitensi dove ci si sfracella l’uno contro l’altro a suon di martellate hardcore. Mi sorge allora il dubbio che Julien, la quale ha alle spalle un’esperienza musicale invero molto punkettara, voglia farci pogare tutti quanti stasera. È incredibile poi notare quante persone siano riuscite ad accaparrarsi il posto sottopalco. Cose mai viste prima: tempi strani per davvero. Così ci ritroviamo tutte e tutti ammassati, avvolti in un pesante silenzio stordente che preme con forza sui muri delle stanze e sui nostri timpani. Abbiamo già iniziato a scambiarci qualche parola, ma stranamente il risultato è un parlottare muto e inudibile, quasi una gigantesca e simultanea comunicazione telepatica.

“Let’s have our hearts be broken together!”, urla qualcuno nella requie. Idolo! “Yeah, I’m ready!”, penso, “se Julien ci fa pogare per davvero qualche spallata di stima vengo a scambiartela. Magari ci scappa anche qualche lacrima”. Qualcuno saluta la comunità LGBTQ+, qualcuno glorifica la nostra Julien come la miglior lyricist della sua generazione (ecco il vero fan che si fa identificare subito, mi sta simpatico però, pollice alzato anche per lui; o magari è una lei?, è tutto buio e i toni delle voci sembrano sovrapporsi). Ci sono persone che sono venute fin qua da tutto il mondo. E io che pensavo che fosse difficile spostarsi oggigiorno, tra test e quarantene. Però sono felice: non avevo mai visto così tanta gente proveniente da parti diverse del globo riunirsi per un singolo concerto. Uhm, okay, forse per un festival? Ma chi se li ricorda più, ne è passato di tempo da Ypsi19. I Fontaines avevano appena rilasciato “Dogrel”, “Dogrel”! Ma ci credete? Sembra un’era geologica fa. Qualcuno vicino a me confessa di essere contento che l’oscurità impenetrabile in cui ci troviamo occulterà le sue lacrime. “Wow, siamo davvero tutti qui per piangere e sfibrarci di dosso tutto il dolore che ci accompagna”.

Salgono sul palco i Mini Trees e attaccano subito a suonare. Dalla prima nota di chitarra capiamo che fanno quell’indie-pop che proprio ci piace e siamo già tutti euforici. Via a muovere i fianchi! Si è improvvisamente creato così tanto spazio che ci si può addirittura lanciare in coreografie azzardate e intricate. Ci provo, sono un po’ arrugginito, chissà cosa ne esce. Qualcuno condivide apertamente la propria gioia ed elargisce commenti positivi sulla canzone. Poi, dal nulla, arriva la battuta della settimana, quella che vale tutto il viaggio: “Shhh, stop talking over the supporting band!” Ah, the good old times. Ve li ricordate? Quella è la famosa, ma forse non abbastanza, prima regola del Concert Club e sta incisa in tutti i vademecum per concertgoers! Insomma, silenzio.

Tra una canzone e l’altra, invece della tradizionale birra o di un analcolico ghiacciato (qualcuno l’autista lo deve pur fare), sorseggio una camomilla. Mah, la fine dei vent’anni, anzitempo? Sono rock dentro, dai. Tempi strani, si diceva. Al posto dell’alcol e della caffeina, ci si accontenta anche delle bevande calmanti. Eppure sulla tazza che mi hanno dato si legge: “Donnez-moi du café et personne ne sera blessé”. In francese? E ci versano qui dentro la camomilla? Pazzi! Cose assurde!, ma di questi tempi oramai... La riguardo. Sorrido: ha un che di famigliare e di hipsterino. Sotto sotto so che mi piace. Non riesco a distinguere cosa stia bevendo il pubblico nella sala, ma ho l’impressione che ognuno si sia sbizzarrito. Tempi strani richiedono effettivamente soluzioni eccentriche. True story. Sento aleggiare un odore di kombucha. Curioso, non mi sembrava che ci fosse tra le bibite sulla lista del bar. Uhm, no, forse è solo qualche rimasuglio di quello che avevo bevuto prima dello show e che si è affrancato gelosamente alle mie papille gustative. E poi quelli che gestiscono il locale sarebbero gli hipsterini? Su dai Daniel, ripigliati. Un paio di sorsi di camomilla e via col nuovo pezzo. Dopo il jangle-pop iniziale, slittiamo con “Spring” e “Want Me To Stay” verso lidi più vaporosi e atmosferici. Tra nostalgia e battiti estatici, i Mini Trees ci stanno riscaldando per bene. “Honestly” chiude il loro breve concerto d’apertura con una delicata commistione di ondate di synth e tintinnii di chitarra elettrica, che culminano in un crescendo intenso e coinvolgente. “I will definitely check them out”, dice la ragazza vicino a me. “Yeah, me too!”.

La buia quiete che si è di nuovo accoccolata sulla sala dura solo un attimo. Julien e band sono già davanti a noi: inizia a risuonare l’arpeggio circolare di “Faith Healer”. Boato tra il pubblico. Julien, T-shirt nerastra, croce e tatuaggi in bella vista, si trova dietro la tastiera, ma ormai dopo Colbert e KEXP vari ci siamo abituati e non è più così destabilizzante vederla senza una Fender in braccio. Segue poi quel capolavoro lirico ed emotivo che è “Heatwave”. La giovane donna ha gli occhi chiusi e si lascia trasportare dall’intensità dei suoi versi. Al termine della canzone le nostre menti e le nostre viscere sono proprio scombussolate e Baker, timida e gentile, prende la parola e ci dà il benvenuto a questo concerto… “Ah, this isn’t even live…” Ma come? Noi siamo qui, a Nashville, tutti e tutte a quaranta centimetri da te, tu sei qui davanti a noi. Sei agitata, Julien? Tempi strani anche per te. Si riparte, qualcuno piange già, le nuove canzoni si lasciano cantare tutte dall’inizio alla fine.

I don't need a savior, I need you to take me home
I don't need your help, I need you to leave me alone

Con la strabordante chiusa post-rock di “Highlight Reel” le cose iniziano a diventare serie. Julien, le avevi volute le heavy songs per farci fare un po’ di sano headbanging ed eccole qua. Siamo già accaldati, ma d’ora in avanti, salvo per la parantesi toccante di “Song In E”, sarà tutto uno scuotersi veementemente, una serie di deformi danze tarantolate in un muro del suono, per scrollarsi tutto quello che opprime i nostri spiriti. In mezzo allo show arriva la risposta a un importante interrogativo: ma le vecchie canzoni le avrà riarrangiate per la band? Eh sì, carissime e carissimi, le ha abilmente riarrangiate e adattate al nuovo sound, potente e aggraziato, della sua ultima opera e il grido improvviso in “Turn Out The Lights” ne è la conferma. Ci strappiamo con forza il cuore dal petto e lo posiamo in un’azione votiva collettiva su questa ara-palcoscenico che ha allestito per il mondo. “Tokyo”, “Bloodshot”, “Hardline”, siamo inginocchiati, devastati, vivi.
A immortalare la sacralità di questo nuovo rituale ci pensa la trasformazione improvvisa dei profondi rintocchi di “Ziptie” nella più pura catarsi metallica, una valanga fisica ed emotiva, il finale inaspettato che corona una performance intensa e straordinaria. I riflettori si spengono: per oggi da Nashville è tutto.

Accendo l’abat-jour sul comodino e mi ritrovo solo, in camera da letto, cuffione sul capo. Tutto tace. È stato bello credere di essere lì a ballare fra la folla: sarà per la prossima volta. Ma Julien ci ha incantato anche attraverso uno schermo e chissà cosa sarebbe capace di fare dal vivo. Un po’ con l’amaro in bocca mi tolgo le cuffie, mi alzo dal letto e afferro la tazza per portarla in cucina. Sì, la tazza con la scritta in francese era mia, un pensiero azzeccato da parte di una cara amica. Forse hipsterino lo sono un po’ anch’io? Mah, il kombucha che stava in frigo, intanto, lo avevo finito a cena. Torno in camera, sotto le coperte, e faccio partire “Little Oblivions”.
“Let’s have our hearts be broken together.” Quell’urlo silenzioso mi risuona forte nella mente. Incarnava la ricerca disperata, il bisogno essenziale di una dimensione performativa e di ascolto collettiva, il desiderio di vibrare in simultanea con altre persone e condividere le proprie emozioni. Un giorno potremo tornare ad abbracciarci sotto a un palco, ma fino ad allora possiamo solo restare nelle nostre stanze, incuffiati, in solitudine e infrangerci il cuore insieme, a distanza. E per questo la musica della Baker è tra le più potenti. A presto, Julien, a presto.

Setlist

Mini Trees

Slip Away

Spring

Want Me To Stay

Honestly

 

Julien Baker

Faith Healer

Heatwave

Favor

Relative Fiction

Highlight Reel

Ringside

Turn Out The Lights

Tokyo

Bloodshot

Song In E

Hardline

Ziptie

Julien Baker su OndaRock
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