13/07/2025

Bill Callahan

Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera


Dopo anni di assenza dal Belpaese, Bill Callahan è tornato per una controversa serata all’anfiteatro del Vittoriale, a Gardone Riviera. Riservato come te lo aspetteresti, a tratti abulico, il compositore statunitense ha offerto quasi due ore di un’esibizione straniante, esponendo un folk-rock “alternative” nelle modalità, padroneggiando un lo-fi portato alle estreme conseguenze e seguito da un pubblico attento, eppure, tenuto involontariamente a distanza.

Esaurita in apertura la tenue esibizione per voce e chitarra acustica del cantautore Jerry DeCicca, Bill, con 30 minuti di ritardo, incede distrattamente sul palco dell’anfiteatro, accompagnato da null’altro che una chitarra elettrica, un charleston e un pad di grancassa. Ha così inizio il racconto in musica di una carriera iniziata nel 1988 con il moniker Smog e proseguita sotto il proprio nome a partire dal 2007, perché, mi aveva raccontato il cantante, “così facendo credo di potermi spingere in luoghi nei quali non sarei mai riuscito ad arrivare”.
Vero è che, da quel “Woke On A Whaleheart” del 2007, la stralunata e oscura formula del fu-Smog andò accelerando un processo di semplificazione a ben guardare già in atto da anni; su tutto, si tentò di curare maggiormente il lavoro di produzione e si rinunciò a certi episodi collagistici che avevano determinato la grandezza di capolavori quali il “Julius Caesar” del 1993. Gli si preferì il confezionamento di un country folk intimista fino all’autismo, con quella voce baritonale che potrebbe cantare qualsiasi cosa senza perdere minimamente il suo fascino senza tempo. Nell’operazione, come ovvio, si acquisì qualcosa e si perse qualcos’altro.
La scelta di calcare un palco in solitaria, però, sembra determinata più da esigenze economiche dell’artista, delegandogli così la responsabilità per uno spettacolo che avanza senza picchi, preferendo, tra l’altro, brani relativamente recenti piuttosto che concentrarsi sui piccoli grandi classici di un passato nemmeno troppo lontano.

“Non concentriamoci troppo sul passato”, sussurra appunto il buon Bill a una persona tra il pubblico che gli richiede l’ottima “Bathysphere”. Le richieste piovono sentite, a dimostrazione di una platea di aficionados della prima ora: “Blood Red Bird!”, “Dress Sexy At My Funeral!”, “In The Pines!”; “Tutte ottime scelte”, li apostrofa il cantante, che concede una “In The Pines” trascinata ma non trascinante. Idem per il gioiellino “Sycamore”, strapazzato in un arrangiamento spartano con il charleston che interviene casualmente determinando controtempo involuti sul battito costante della grancassa sintetica.
Poco importa: amante del blues tutt’altro che metronomico del colossale John Lee Hooker, Bill procede in una scaletta che mantiene il pubblico a distanza, azzardando velocizzazioni e rallentamenti del tempo funzionali soltanto a distinguere le strofe dai ritornelli.
Quando si tenta un avvicinamento con gli spettatori (“Dov’è stato registrato quel doppio live di Lou Reed in Italia?”), chiede, apparentemente interessato, la risposta (“Verona!”, gli fa eco un ragazzo) sembra disturbarlo, quasi non si aspettasse di ricevere replica al proprio quesito.

Tuttavia. Tuttavia le contraddittorietà di quest’esibizione incompiuta evidenziano due elementi importanti: il primo è il coraggio della direzione artistica del festival Tener-A-Mente, la quale anche stavolta ha dato prova di un modus operandi interessato a fornire un’esperienza, piuttosto che uno spettacolo nel senso tradizionale del termine. E poi, dettaglio non trascurabile, il fascino della musica live è anche questo: veder smentite le proprie aspettative in nome della testarda adesione di metodiche antitetiche allo showbiz e, dunque, preziose e oggi più necessarie che mai, quali che siano i giudizi soggettivi.

(Foto di Davide Mombelli)