22/10/2025

These New Puritans

Monk Club


Levando gli occhi al cielo, nuvole tra il grigio e il nero squarciate da inquietanti lampi, a minacciare gli spettatori che si affrettano a rintanarsi all’interno del Monk Club di Roma. Forse con un atto caritatevole, o semplicemente per insolita puntualità, la band di stasera sale sul palco alle 21.44, battendo sul tempo diverse persone ancora in fila al bar per una zerotre di lager.

I gemelli Jack e George Barnett raccolgono la loro prima ovazione tra le luci fredde, attaccando subito con la linea di piano malinconica di “Bells”, su cui si inerpicano le trame minimaliste di xilofono e synth. Sulla strada tracciata da maestri come David Sylvian e Mike Oldfield, i These New Puritans portano in tour il loro ultimo lavoro “Crooked Wing”, affascinante tassello del nuovo mosaico sonico cesellato da una band in continua evoluzione.
Il cantato alla Dave Gahan di Jack Barnett, in cappello da film noir, conduce la band di Southend-on-Sea verso il superamento definitivo della darkwave, mettendo il sinistro rigore delle percussioni al servizio di nuovi arrangiamenti tra ambient e post-industrial. Il pubblico assiste ammutolito, come a preservare la severa intimità creata dal gruppo, che si limita a ringraziare per far parlare solo ed esclusivamente gli strumenti sul palco.

La classificazione all’interno del concetto di art-rock potrebbe non bastare più ai These New Puritans, che nella nuova “A Season In Hell” mescolano battiti industrial con tessiture quasi floreali di organo, a dipingere scenari in cui spirito e materia si abbracciano dopo aver litigato a morte.
Il romanticismo gothic di “Industrial Love Song”, pur perdendo l’eterea voce di Caroline Polachek, strugge i presenti, mentre “I'm Already Here” si sviluppa con una conduzione in stile Sigur Ros, su tocchi delicati di xilofono e trame liturgiche di pianoforte.

Il recupero di “V (Island Song)”, dal disco del 2013 “Field Of Reeds”, stressa la trasformazione del gruppo inglese verso l’avanguardia o il cosiddetto modern classical, rispetto agli inizi più vicini alla wave oscura e claustrofobica, ripresi nelle successive “We Want War” e “Three Thousand”.
La seconda parte del concerto è così più violenta e opprimente, dal ritmo affannoso di “Wild Fields” alle atmosfere lynchiane della melodica “Where The Trees Are On Fire”.
Dopo un’ora abbondante di concerto, è chiaro che i These New Puritans non concederanno alcun bis, perché il finale ossessivo di “Organ Eternal” è troppo perfetto. Tra gli accordi di piano jazz che si intrecciano con organo e xilofono, la mostruosa fuga di oltre dodici minuti rapisce il pubblico e sembra non finire mai, ripetitiva e implacabile. Gli spettatori defluiscono e scoprono con sollievo che la pioggia non è arrivata, almeno all’esterno del loro spirito.