29/01/2026

Underground Youth

Monk Club


Originario di Blackpool, ma di stanza a Berlino, Craig Dyer emana un fascino di altri tempi, con i suoi vistosi occhiali scuri e la testa rasata che riflette le luci bianche e abbaglianti dal palco del Monk Club di Roma. Il suo progetto musicale, The Underground Youth, porta nella Capitale uno show intenso, in bilico tra romantica bellezza e oscurità abissale. Mentre la batterista Olya Dyer picchia alle pelli in piedi, novella Maureen Tucker, l’affascinante bassista Samira Zahidi emana pulsazioni post-punk, quasi in simbiosi con i suoi lunghi capelli corvini.

Completati dal talentuoso chitarrista Leonard Kaage, gli Underground Youth salgono sul palco intorno alle 22, aprendo il set con il dark-blues “You Made It Baby”, subito su ritmi da lungometraggio noir. E’ infatti la contaminazione tra post-punk e lo-fi cinematografico che ha differenziato il gruppo e gli ha fatto guadagnare un seguito appassionato in Europa. Altrimenti si potrebbe pensare di primo acchito a un mix derivativo tra Joy Division e Velvet Underground, come ad esempio sulla successiva “I Need You”, impregnata di wave anni 80. In sostanza, una riproposizione del cosiddetto new romantic, come sulla successiva “The Allure Of The Light”, che potrebbero includere la band in un sound già sperimentato da gruppi come Echo And The Bunnymen o Jesus And Mary Chain.

Poi però ci sono brani intensi ed emotivi come “Juliette”, che farebbero pensare a un matrimonio in gran segreto tra Ian Curtis e una bellissima ragazza psichedelica. Dalla melodia devastata di “I Thought I Understood” al rumore esotico di “Morning Sun”, la band di Dyer è una creatura sinuosa e sfuggente, capace di passare con naturalezza dal pop al noise. Una sorta di avanguardia 2.0, non certo basata sulla rottura totale delle regole, ma in grado di far rivivere nell’ascoltatore certe sensazioni come se fossero del tutto nuove.

Il set prosegue in scioltezza tra l’entusiasmo dei presenti, sul ritmo psych di “Hedonism” e l’ossessione velvettiana di “Last Exit To Nowhere”, condotta dalla sezione ritmica al massimo del tribalismo. “Silhouette” vira verso un gothic-surf da melò in bianco e nero, mentre la vibrante “Alice” richiama gli Smiths nei suoi arrangiamenti chitarristici.
Tra le numerose influenze del gruppo ci sono sicuramente The Brian Jonestown Massacre, quasi omaggiati nel mix tra shoegaze, psichedelia e pop della splendida cavalcata “Mademoiselle”. Tra ripetuti sorsi di birra e diversi “grazie” in italiano, Dyer attacca i primi versi della pièce apocalittica “The Death Of The Author”, sul basso pulsante squarciato dalla chitarra elettrica verso i territori del miglior Nick Cave. “Free Palestine”, urla Craig prima di ritirarsi in attesa del bis.

In comunione con il pubblico, sceso tra la folla e illuminato di bianco, il cantante conduce il gruppo su una sorta di medley finale, avviato dal post-punk sintetico di “In The Dark I See” e chiuso dalla nenia loureediana di “Hope & Pray”.
Il pubblico abbandona la sala soddisfatto, dopo un’ora e quindici circa di concerto, come catapultato improvvisamente nel freddo umido romano dopo un lungo e ipnotico abbraccio.

Setlist

You Made It Baby
I Need You
The Allure Of The Light
Juliette
I Thought I Understood
Morning Sun
Hedonism
Last Exit To Nowhere
You
Half Poison
Silhouette
Underground
Alice
Mademoiselle
Collapsing Into Night
Strangle Up My Mind
Death Of The Author
In The Dark I See
Delirium
Hope & Pray

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