Caifanes

El silencio

1992 (Rca Victor) | latin alternative, art rock

I Caifanes nascono nel gennaio del 1987, quando il cantante e chitarrista Saúl Hernández chiama a raccolta tre musicisti che, come lui, frequentano la scena controculturale di Città del Messico: Diego Herrera (tastiere), Salvador “Sabo” Romo (basso) e Alfonso André (batteria). 
Hernández vanta una biografia che sembra architettata per forgiare un personaggio dai contorni mitologici: nato e cresciuto nella colonia Guerrero, uno dei quartieri più pericolosi della città, rimane orfano di madre da bambino e abbandona gli studi nel 1979, a quindici anni, per suonare musica rock di nascosto (le autorità messicane la boicottarono dal 1971, anno in cui il presidente Luis Echeverría la proibì ufficialmente, fino al 1980, quando l’Università Nazionale Autonoma indisse un festival a tema). 

Il termine delle ostilità da parte di polizia e militari non rende comunque il rock popolare in automatico: le case discografiche locali sono ancora legate a un’industria dominata da ballate orchestrali e musica tradizionale, decisamente più rassicuranti per una classe dirigente piuttosto conservatrice. 
Nei primi anni è così il rock proveniente dalla Spagna, già ben sviluppato, ad approfittare del neonato mercato messicano, laddove alle band locali non viene data alcuna possibilità. Le cose cominciano a cambiare gradualmente dal 1984, anno in cui esce “Simplemente” degli El Tri, primo successo del rinato movimento, ma la crescita è lenta e difficoltosa: l’articolo “Homegrow Mexican Rock Thrives Against The Odds”, pubblicato da Billboard nell’ottobre del 1992, riporta come, di oltre cento dischi rock usciti in Messico l’anno precedente, soltanto sette fossero distribuiti dalle cosiddette major
I Caifanes riescono a entrare in questo ristretto circolo di prescelti, non senza incontrare resistenze: prima di firmare per la Rca, la Cbs li rifiuta per via del loro aspetto, ispirato dal gothic rock britannico, e un celebre aneddoto vuole che, nel motivare il rifiuto di scritturarli, il direttore dell’etichetta sia arrivato a sentenziare: “Sembrano froci”.
 
Quella fase dura tuttavia poco: se l’omonimo album di debutto, del 1988, sembra ipotizzare una risposta ispanofona ai Cure (benché sia molto più valido e complesso di come una simile descrizione possa farlo apparire), la band mostra già con “Caifanes Vol. 2” (1990) di essersi distaccata da qualsiasi ingombrante mentore, sviluppando un suono mutageno, capace di sfoggiare divagazioni strumentali oniriche, spunti di musica tradizionale messicana e una notevole dose di aggressività chitarristica, in linea col nascente rock alternativo. Va segnalato che nel frattempo è entrato in organico un quinto membro, il chitarrista Alejandro Marcovich, che molti anni più tardi, dopo essere venuto ai ferri corti con Hernández, si sarebbe polemicamente assegnato i meriti esclusivi della maturazione della band [1].
Il secondo album supera le 200mila copie vendute in un paio d’anni, confermando la crescente popolarità della band. È in questo contesto contraddittorio, con la sensazione di poter assurgere fra i dominatori del mercato locale, ma anche con le preoccupazioni e le tensioni che la fama si porta dietro, che i Caifanes si apprestano a registrare “El silencio”.
 
Volano così a Lake Geneva, paesino di settemila anime sulle sponde del lago Michigan, presso il rinomato studio Royal Recorders, utilizzato fra gli altri da Cheap Trick, Ministry, Skid Row e Queensrÿche. Lì vengono raggiunti da Adrian Belew: da ammiratori dei suoi dischi con i King Crimson, l’hanno voluto come produttore [2]
Nonostante il freddo ambiente in cui venne registrato e la direzione di un musicista statunitense, l’album vanta un suono ancora più meticcio del precedente. Va dato pieno merito a Belew di aver gestito i lavori e curato la qualità dell’incisione senza spingere la band verso gli stereotipi del rock anglofono: al contrario, il carattere regionale della musica viene evidenziato e amalgamato alla perfezione con gli ultimi ritrovati tecnologici. Il risultato è il disco più originale dei Caifanes fino a quel momento, nonché uno dei vertici nella storia della musica latinoamericana e del rock ispanofono. 
 
L’apertura è affidata a “Metamorféame”, un ritmo forsennato che alterna strofe dominate dalle tastiere atmosferiche di Herrera a un ritornello per stridenti chitarre hard rock. La perizia strumentale mostrata da tutti i membri è indubbia, ma a rubare l’attenzione è Hernández, grazie alla sua voce evocativa e camaleontica, capace un attimo di vagare su timbriche soavi e quello dopo di inasprirsi, se necessario balzando di tonalità. 
Il testo metaforico spiega bene l’alone sciamanico che a detta di molti appassionati circonda la figura del cantante:
Sta cambiando la forma umana, 
sotto le pietre ci sono altre pelli,
sopra la spuma galleggia il passato,
sputa al volto che non risponde, 
si sta piegando tutto il mio sudore,
bagnando strani interni,
una pecora si sta suicidando,
una scimmia enorme sta diventando bianca.
Trasformami!
“Nubes” introduce l’influenza della música guapachosa [3], con il suo andamento caraibico e la sezione fiatistica guidata da Herrera, che si prodiga al sassofono. Gli acuti blues della chitarra di Marcovich mantengono il collegamento con il rock, mentre intermezzi per tastiere e percussioni forniscono un tono quasi new age. 
Altrettanto contaminata è “Piedra”, con un ritmo frastagliato in cui si intrecciano il pattern sincopato della batteria di André, la linea di basso di Romo in continua evoluzione, le chitarre dal passo funky e le bofonchianti tube di una banda de viento [4]. Marcovich suona l’assolo di chitarra acustica, mentre Belew quello elettrico (è l’unico suo intervento diretto come strumentista).
Benché l’autore non abbia fornito conferme al riguardo, il testo viene solitamente interpretato come una lamentazione di Hernández sulla propria dipendenza da crack, che in Messico è appunto soprannominato piedra.
Pietra, lasciami, pietra, non deformarmi più,
lasciami come sono, guarda come sanguino, 
non senti come tremo?
Non ti importa vedermi soffrire, non mi hai mai parlato,
come si inaridisce la mia anima, i miei denti chiedono perdono,
se ti grido di aiutarmi è perché voglio che tu vada via.
La sua voce diventa angelica in “Tortuga”, planando su complesse riflessioni di jangle chitarristici, a tratti lievemente dissonanti, mentre denuncia le stragi di tartarughe marine in Messico, con diverse specie a rischio di estinzione a causa dell’inarrestabile contrabbando (il problema è più vivo che mai a distanza di quasi trent’anni dalla pubblicazione del brano). La sensibilità artistica di Hernández non si vergogna di mostrare le ferite legate alla propria terra: ne piange la sofferenza umana, ma anche quella animale e paesaggistica, in un collegamento quasi animista. Si affaccia ancora una volta la figura dello sciamano:
Oh tartaruga vai nel mare, e lasciaci e dimenticaci,
oh tartaruga vai in mare aperto, e lasciaci in questo inferno.
Arriva la notte, molto probabilmente morirai, 
oggi la sabbia è testimone del tuo peggior nemico.
In “Nos vamos juntos” spiccano il basso jazzato, le pulsazioni di organo elettrico, gli armonici di chitarra e un gran finale di archi minimalisti, mentre “No Dejes Que…” e “Debajo de tu piel”, entrambe fra le più note canzoni della band, sono guidate da chitarre acustiche e pianoforte. Sono brani radiofonici e raffinati, sostenuti inni folk rock inconfondibilmente latini, romantici ma mai melensi, con il marchio Caifanes che si è ormai cristallizzato.

Verso la fine, con “El comunicador” e “Vamos a hacer en silencio”, emerge la passione della band per il rock progressivo, che si era del resto già palesata due anni prima con “El elefante”. Fra cambi di clima e andamento – lugubri lamenti di tastiere, chitarre elettriche onomatopeiche, bassi gommosi, epici assoli di sassofono, fratture di batteria – i Caifanes sembrano elevarsi verso il cosmo e assumere un’aura mistica.
Ascoltando questi passaggi, viene naturale collegarsi alla copertina del disco: un volto ricavato da una sequenza di tre foto, che rappresentano simboli importanti alle radici della cultura messicana. In alto gli occhi di una madonna risalente agli ordini francescani del Sedicesimo secolo, seguiti dal naso della divinità maya Kinich Ahau e dalla bocca di una maschera azteca. 
 
“El silencio” esce il 29 maggio 1992 e ottiene un buon riscontro: neanche cinque mesi dopo, Billboard riporta 120mila copie vendute sul solo mercato messicano. La maggior parte delle vendite arriva tuttavia a partire dal 1994, l’anno che trasforma la band nel nome di punta del rock messicano. Il disco raggiunge così le 350mila copie (cifra stimata dalla fanzine “Evolución jaguar” e confermata dallo stesso Marcovich).
Da allora la fama della band non ha fatto un passo indietro, anzi con l’era di Internet sembra essersi ulteriormente espansa, tanto che la Amprofon ha certificato per “El silencio” altre 120mila copie vendute soltanto fra il 2012 e il 2018.
A oggi, contando le vendite nel resto dell’America ispanofona (dove la band non è nota quanto in Messico ma può vantare un discreto culto), nonché il mercato digitale e gli equivalenti streaming, è ragionevole stimare il disco sopra al milione di copie.
 
I Caifanes durano fino al 1995, quando Hernández e André decidono di dare vita ai quasi altrettanto brillanti Jaguares. Nel 2011 arriva la reunion, seguita da un meritato bagno di folla durante la tournée in giro per il Messico. La band è attiva ancora oggi, benché senza aver pubblicato nuovi album e con la formazione ridotta ai soli Hernández, Herrera e André.

Note:
[1] Si riporta il relativo post di Marcovich su Facebook.
 
[2] Belew avrebbe mantenuto un ottimo ricordo dell’esperienza, definendo l’album "sensazionale" e lodando tutti i musicisti coinvolti. A conferma di ciò, nel 2005 sarebbe tornato a collaborare con Hernández per il quinto disco dei Jaguares, “Crónicas de un laberinto”.

[3] “Il termine música guapachosa sembra applicarsi all’appropriazione messicana di generi di musica afro-caraibica o afro-colombiana (es.: la salsa e la cumbia) e porta con sé lo stigma delle classi sociali più basse, che li abbracciarono durante gli anni Sessanta e Settanta” (Alejandro L. Madrid, “Nor-tec Rifa!”, 2008). 
 
[4] Bande di fiati tipiche di diverse regioni del Messico. Nonostante siano nate nelle regioni centro-meridionali del paese durante il Diciannovesimo secolo, si sono presto diffuse anche nel Settentrione. A oggi le più note al grande pubblico sono quelle dello stato di Sinaloa.

(11/07/2021)

  • Tracklist
  1. Metamorféame
  2. Nubes
  3. Piedra
  4. Tortuga
  5. Nos vamos juntos
  6. No dejes que...
  7. Hasta morir
  8. Debajo de tu piel
  9. Estás dormida
  10. Miércoles de ceniza
  11. El comunicador
  12. Para que no digas que no pienso en ti
  13. Vamos a hacer un silencio
  14. Mariquita




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