Duster

Stratosphere

1998 (Up) | slowcore

Una “capsula [spaziale, ndr] che perde contatto”, alla deriva: è questo il luogo dell’anima in cui l’ascoltatore di “Stratosphere” viene trasportato. Un mondo solitario e ovattato, con la sola compagnia del monotono rumore di fondo della strumentazione, che viene via via plasmato dalle ultime emozioni del suo passeggero. Trasportato negli abissi del rimpianto di “The Queen Of Hearts”, o asceso trionfante nella suite strumentale di “Gold Dust”, o semplicemente anestetizzato dall’unicità della sua situazione (”Moon Age”).
Il disco esce alla fine degli anni 90, quando ancora l’industria musicale va a gonfie vele, ma in un momento in cui, per quelle che chiamiamo “band di culto”, è ancora più difficile, se non impossibile, emergere nel circuito selezionatissimo delle riviste musicali, delle radio e dei banchi dei negozi di dischi. Che il loro secondo disco, “Contemporary Movement”, venga recensito da una giovane Pitchfork, non è ancora così importante, e così la band si scioglie dopo un paio di Lp e un Ep.

La storia seguente risuona con quella di diverse altre band rimaste sepolte (American Football, per dirne una). Il culto cresce via via tra gli ascoltatori, in questo caso spesso sotto traccia, affiora solo, per esempio, nel crescente valore della prima stampa del disco su Discogs, il celebre portale di dischi usati, e va di pari passo col revival anni 90 di questi anni. Non è quindi un segreto che le ristampe e i rilanci di queste band si basino sulle informazioni disponibili riguardo la richiesta per le stesse, e così l’anno scorso l’intero catalogo dei nostri è stato ristampato nella raccolta “Capsule Losing Contact”. Non solo, la band è tornata in attività, così come successo in altri casi.

I Duster e “Stratosphere” si differenziano, pur nell’evidente comunanza di stile e sound, dal movimento slowcore per il carattere vagamente distaccato, stoico della loro musica, pur senza arrivare alla qualità cerimoniale dei Low. È quasi didascalico e in qualche modo irridente il loro approccio a canzoni come “Docking The Pod”, che riproduce alla perfezione il carattere di un’operazione sequenziale. Nonostante l’assonanza con una band invece brutalmente esplicita come i Bedhead (”Earth Moon Transit”), il risultato di catarsi è forse il più alto raggiunto da una band slowcore.
Dall’esperienza prettamente personale, infatti, nella quale spesso ricade il genere, “Stratosphere” richiama più plasticamente quella dell’umanità, e la capsula potrebbe essere benissimo il nostro pianeta, nella sua trionfante e assurda rivoluzione costante (la title track). Tutto questo è scevro degli aspetti esistenziali deteriori, o didascalici, di un Malick e del suo “Tree of Life”, ma dipinge un ritratto, forse in modo più veritiero, ironico e rassegnato alla sua intrinseca eccezionalità.
In fin dei conti, i Duster sono una delle realtà che ha interiorizzato al meglio la lezione di una delle band ispiratrici del movimento slowcore, i Galaxie 500 (“The Twins/Romantica”) e che ha saputo comprendere appieno il naturale passaggio al post-rock (“Echo, Bravo”).

In questo emerge il significato profondo della musica dei Duster (e non solo) come mezzo e oggetto inseparabile dall’esistenza umana, in parallelo con la storia stessa della band e di questo disco. Se qualcosa ha valore per l’umanità, questa emergerà nel tempo e sempre più velocemente, a mano a mano che le connessioni tra di essa diventeranno più pervasive e frequenti.

(23/08/2020)



  • Tracklist
  1. Moon Age
  2. Heading for the Door
  3. Gold Dust
  4. Topical Solution
  5. Docking the Pod
  6. The Landing
  7. Constellations
  8. The Queen of Hearts
  9. Two Way Radio
  10. Inside Out
  11. Stratosphere
  12. Reed to Hillsborough
  13. Shadows of Planes
  14. Earth Moon Transit
  15. The Twins/Romantica
  16. Sideria
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