Steely Dan

Aja

1977 (Mca) | jazz-pop-rock, soft rock

In un gruppo non conta saper suonare. Chi vi credete di essere, gli Steely Dan?
(dal film “Sing Street” di John Carney, 2016)

Vi piacciono solo quei dischi ruvidi e immediati da “buona la prima”? Ok, potete accomodarvi fuori. Gli altri, quelli interessati alla ricerca della perfezione, invece, possono restare. A patto di sopportare la maniacale dittatura sonora di due bisbetici figuri contronatura: Walter Becker e Donald Fagen. L’invito è all’incirca quello che i due titolari del marchio Steely Dan devono aver rivolto allo stuolo di musicisti e sessionmen coinvolti nella lavorazione di “Aja”, sesto album dei newyorkesi e manifesto definitivo del loro sofisticato jazz-pop. Una specie di odissea perfezionista trascorsa per mesi in uno studio-caienna (anzi, quattro) dove poteva bastare un filo di fruscio a compromettere giorni di lavoro e dove l’incisione dei brani avveniva attraverso due passaggi: il raggiungimento della perfezione e il suo superamento, che conferiva al lavoro un afflato più "umano". Ora capite perché si sono definiti two against nature?

Ma in tanti hanno raccolto il guanto di sfida. I chitarristi, anzitutto, una parata di star: Jay Graydon, Larry Carlton, Dean Parks, Danny Dias, Lee Ritenour, Steve Kahn. Poi Chuck Rainey a dar man forte a Becker al basso, più il fior fiore dei batteristi su piazza: Rick Marotta, Jim Keltner, Bernard “Pretty” Purdie, Steve Gadd, Paul Humphrey, Ed Greene. Infine, un pot-pourri di pianisti-tastieristi (Victor Feldman, Michael Omartian, Don Grolnick, Paul Griffin, Joe Sample) e sassofonisti (Tom Scott, Pete Christlieb e un ex-Wheater Report come Wayne Shorter). Ciliegine sulla torta: la produzione spettacolare del fido Gary Katz, supportato dal tecnico del suono Roger Nichols, e il mastering di un asso come Bernie Grundman: non caso, il disco vincerà il Grammy come Best Engineered Non-Classical Recording dell'anno, per la gioia degli audiofili e dei negozianti di elettronica di mezzo mondo, che lo utilizzeranno per testare la capacità dei loro migliori impianti hi-fi.
Alla fine saranno una quarantina i musicisti ad alternarsi in studio. Tutti sopravvissuti a quelle terrificanti session stakanoviste in cui per registrare un assolo o un colpo di batteria poteva non bastare una notte intera. “Passavamo la maggior parte del tempo a scrivere, registrare e ad armeggiare ossessivamente, abbiamo sovrainciso molte delle sovraincisioni”, racconterà Becker a un incredulo Cameron Crowe di Rolling Stone.

Jazz alle fragole

Facile così, quando giochi sul velluto, mettendo in campo i migliori - si dirà. Già, ma i pezzi? Ecco, quelli sono ancora meglio di tutto il resto. Sono i più lunghi e jazzati del repertorio degli Steely Dan, eppure riescono a inchiodare l'ascoltatore al muro con refrain inesorabili. Sono le più incredibili creature schizofreniche della storia del pop. La rivoluzione alle fragole dei Dan, in fondo, sta tutta qui: prima di loro, le armonie contorte e le tecniche compositive del jazz non avevano quasi mai trovato sbocchi nella canzone popular, neanche in quella più nobile (dai Beach Boys ai Beatles). Loro sono riusciti a mutuarle all’interno di brani accattivanti, dal groove irresistibile, dove a una robusta sezione ritmica si affiancano chitarre jazz-rock, voicing complessi di piano elettrico, fraseggi di fiati e armonie vocali d’ascendenza soul. Ma al tempo stesso, prima di loro, il pop non era mai stato così cervellotico e geneticamente manipolato, al punto da risultare irriconoscibile in quella fusione fredda con rock, soul, blues, funk e jazz. Eppure è pop, nient’altro che pop da strillare a squarciagola. Con tanto di ritornelli a presa rapida. Tipo "When Josie comes home/ So good/ She's the pride of the neighborhood" (“Josie”). Provate ad ascoltarla e a resistere alla tentazione di canticchiarla da qui all’eternità…

Se il precedente (e ottimo) “The Royal Scam” aveva indirizzato il loro prisma sonoro verso vibrazioni reggae, funky e perfino dance, con un’orchestrazione più ariosa e sonorità più esotiche, “Aja” attinge alle tradizioni swing e be-bop, ma anche all’età d'oro del jazz, da Count Basie a Duke Ellington. È un sapiente gioco di superfici levigate, lucidate a specchio da un team di luminari degli studios. Elegante e sobrio come quella copertina in nero in cui spunta il volto della modella giapponese Sayoko Yamaguchi fotografata da Hideki Fujii.
L’asprezza rock dei dischi precedenti è smussata dalla morbidezza dei fiati e delle tastiere in un intrico di arabeschi sempre più vellutati e complessi. Trapela comunque un'euforia contagiosa, lasciata in dote da quelle memorabili session, con improvvisazioni jazzy che si avviluppano alla perfezione con i tappeti strumentali. Così, paradossalmente, nella sua smisurata sofisticatezza, “Aja” suona molto più temerario e spiazzante di tanti dischi di puro e sanguigno rock’n’roll.

Sette prodezze capitali

Solo sette canzoni, tutte praticamente impeccabili. A cominciare dalla coda, la suddetta meraviglia di nome "Josie" che incanta a ogni ascolto, con il suo groove gommoso, imbastito dal duo Rainey (basso)-Keltner (batteria), il suo refrain da sballo, i suoi solidi beat funk, gli intricati controritmi e i concisi solo di chitarra su un morbido fondale di fiati e synth. Fagen la declama con piglio (quasi) romantico, assecondato dagli immancabili coretti. Eppure, è una delle loro storie più truci: un affresco di degrado urbano, tra abusi sessuali e droga. Anche l'iniziale "Black Cow", dietro il morbido refrain, le striscianti linee di basso soul-funk di Rainey, l’assolo al Fender Rhodes di Feldman e l’esplosione di sax di Scott, non risparmia dettagli crudi, raccontando la repulsione di un uomo per la moglie infedele (“Like a gangster/ On the run /You will stagger homeward/ To your precious one/ I'm the one/ Who must make everything right/ Talk it out till daylight”). Il groove del brano non sfuggirà al duo hip-hop Lord Tariq & Peter Gunz che, proprio da un suo sample, costruirà la hit “Deja Vu (Uptown Baby)”.
Altra schizofrenia: testi spesso agri e cinici, dal sapore dylaniano, che spiattellano le nefandezze dell’America del dopo-Nixon in faccia a chi per un attimo si era lasciato cullare da quelle sognanti partiture alla Gershwin. Lo stravagante, il weird, che diventa familiare, e viceversa. Testi gustosissimi, per lo più criptici, ellittici e beffardi, infarciti di giochi di parole, termini in slang e riferimenti letterari, legati alla cultura americana e al lifestyle nelle grandi metropoli (New York e Los Angeles in particolare). Uno stile che – come è stato notato - può trovare un efficace alter ego cinematografico nelle commedie newyorkesi di Woody Allen, ugualmente lievi, ironiche e intelligenti. Tra i riferimenti letterari, invece, oltre al loro ideale padrino beat William S. Burroughs – che li ha ispirati fin dalla scelta del nome con il suo “Pasto nudo” – si percepisce lo humor nero di commediografi come Bruce Jay Friedman e Terry Southern, ma soprattutto lo sguardo caustico sulla follia umana di Vladimir Nabokov, l’autore di “Lolita” e “Pale Fire”.

Ad ogni ascolto i brani rivelano sfumature nuove, gli strumenti partecipano a un flusso ipnotico che si fa sempre più sinuoso e coinvolgente. Prendiamo la title track, ambiziosa e multiforme nei suoi 8 minuti di durata. Un saggio di latin-pop-jazz in formato-suite, con Fagen supportato al canto dalle armonie sofisticate di Tim Schmit (ex-Eagles), due pianoforti a puntellarlo (Omartian, acustico; Sample, elettrico) e almeno un paio di sensazionali pezzi di bravura: il solo rapsodico di Shorter al sax tenore, che discende delicatamente verso la ripresa del tema vocale, e l'esplosiva escursione di batteria finale di Gadd, punteggiata da fiati e sintetizzatori: “Suona come l’inferno”, gli chiese Becker. E lui non se lo fece dire due volte. Già, ma chi è “Aja”? Secondo la versione ufficiale, una ragazza coreana che sposò il fratello di un compagno di scuola di Fagen, il quale però ha tenuto a sottolineare come il brano descriva “la tranquillità che deriva dal vivere una relazione serena con una bellissima donna”. A proposito di giocare sul velluto…
Con la solenne fanfara di Rhodes e chitarra dell’intro di "Deacon Blues", invece, ci si muove nelle brume malinconiche, imbevute di amarezza e disillusione, di una ballad dedicata – secondo le parole di Becker – alla “mitica sconfitta del musicista”, ovvero alla contraddizione tra la gloria apparente e la frustrante realtà della fatica quotidiana. Ecco allora Deacon, un nuovo eroe nell’affollato pantheon di perdenti dei Dan, un nuovo pretesto per un ritornello da incorniciare.

Learn to work the saxophone
I play just what I feel
Drink Scotch whiskey all night long
And die behind the wheel
They got a name for the winners in the world
I want a name when I lose
They call Alabama the Crimson Tide
Call me Deacon Blues

Tre coriste gospel e il sax tenore di Christlieb sostengono Fagen in questa struggente declamazione sul costo del successo. Troppo bella per non trarne il proprio nome, decideranno gli scozzesi Deacon Blue, tra i più ferventi discepoli del verbo Steely Dan con il loro delicato sophisti-pop. Anche se quei diabolici accordi in “mu maggiore” escogitati dal duo contronatura resteranno un Sacro Graal inafferrabile.

A proposito di seguaci: se il Joe Jackson di “Night And Day” canterà lo spaesamento dell’Englishman in New York, gli Steen Dan di “Aja” lasciavano trasparire tutta la loro rassegnazione disincantata al lifestyle della Los Angeles dei 70’s, la città dove si erano trasferiti lasciando la loro East Coast: una giungla d’asfalto in cui si deve “sgusciare come vipere tra le strade suburbane” (“Deacon Blues”). Una sensazione che si rinnova in "Home At Last" ("I know this superhighway/ This bright familiar sun/ I guess that I'm the lucky one"), ovvero l'Odissea rivisitata in chiave shuffle, con il piano sugli scudi e quel beat funky che Purdie riproporrà anche su “Babylon Sisters” nel successivo Lp “Gaucho”. In questa babele urbana c’è spazio anche per un frenetico amplesso notturno (l’uptempo lascivo “I Got The News”) finché i primi raggi di sole spunteranno dalla skyline, per dirla col Fagen/Nightfly.

La greatest hit del disco è però "Peg", istantanea d’aspirante attrice deliziosamente swingata su ritmiche quasi disco, propulse da Marotta ai tamburi, tra cori soffusi e i vocals caldissimi a cura del leggendario Michael McDonald a suggellare un altro refrain assassino: "Pantonal 13 bar blues with chorus", sarà definita dagli stessi Steely Dan. Secondo la leggenda, nei 30 secondi dell’assolo di chitarra - pura improvvisazione be-bop - si sarebbero cimentati ben 7 musicisti, fino a quando i due incontentabili despoti non avrebbero finalmente optato per Graydon, mentre il missaggio finale del brano - a 8 mani, con Al Schmitt al mixer, assieme a Katz, Becker e Fagen - avrebbe richiesto ben 12 ore di lavoro.

Perfetti conosciuti

Tanti gli aneddoti dietro le epiche session del disco, riportati nel prezioso Dvd "The making of Aja" oltre che nella biografia “Reelin’ in the Years”. Rainey, ad esempio, ha raccontato di quando Fagen e Becker gli intimarono di non slappare il basso su “Peg” e lui continuò a farlo di spalle alla control room, riuscendoli a persuadere grazie alla resa finale del suono. Si sfiorò la rissa invece quando Katz, dopo essersi assentato per giorni, fece notare che sulla title track non si sentivano abbastanza i piatti della batteria: “Non so dove sei stato in questi giorni, ma torna da dove sei venuto”, lo folgorò Becker. Lo stesso Katz pare avesse l’abitudine di blandire i musicisti con chiacchiere sul baseball prima di comunicare loro che l’assolo su cui avevano speso ore di lavoro non sarebbe stato inciso. McDonald narra di estenuanti sessioni di phrasing, in cui la stessa parola o linea vocale veniva ripetuta svariate volte fino al raggiungimento della pronuncia perfetta. Celebre poi la storia della scomparsa dei nastri multitraccia originali di due brani, mai più ritrovati nonostante la ricompensa (di soli 600 dollari!) promessa da Fagen a chi avesse fornito notizie utili per ritrovarli.

Cronache leggendarie di tempi leggendari per gli studios, anche in un anno come il 1977 che nella storiografia ufficiale fa rima con l’avvento del do-it-yourself della rivoluzione punk. Ma gli Steely Dan sono sempre rimasti sospesi in un’altra dimensione, nel loro eterno party da jet-set a bordo piscina, o da yacht rock, come l’hanno voluto ribattezzare con la più improbabile delle definizioni. Un’alchimia da laboratorio tra “jazz, rock, colonne sonore cheap e il fake jazz di certe produzioni tv”, secondo le parole di Fagen. Logico che tutto ciò indispettisse gli oltranzisti del suono grezzo e della fantomatica "genuinità", con in tasca sempre gli aggettivi pronti da scagliare come frecce sui loro dischi: laccati, iper-prodotti, asettici e via vaneggiando. “Aja continuerà ad alimentare la polemica dei puristi del rock, secondo i quali la musica degli Steely Dan è senz'anima, calcolata e antitetica a tutto ciò che il rock dovrebbe essere”, scriveva Michael Duffy nella recensione dell’epoca di Rolling Stone. Anni di new cool, acid-jazz e sophisti-pop provvederanno a farne giustizia, anche se, purtroppo, non definitivamente.

Restano comunque i fatti: “Aja” si rivelerà per gli Steely Dan un clamoroso bestseller (tre milioni di copie vendute rispetto alle 500.000 di ogni lavoro precedente, disco di platino e n. 3 nelle chart, 3 singoli nella Top 40) sublimando il loro perfezionismo in un nuovo traguardo formale, che aprirà la strada al successivo “Gaucho” e, soprattutto, al capolavoro definitivo del Fagen solista: “The Nightfly” (1982).
Continuerà a esaltare la pulizia sonora degli impianti stereo in ogni angolo del globo, ma senza mai smarrire quel suo retrogusto agrodolce. Allegro e lieve solo in apparenza, “Aja” è un disco di amara disillusione sul "sogno californiano". Un'ammissione di frustrazione e fallimento, sussurrata nel cuore di un cocktail-party.

(17/01/2021)



  • Tracklist
  1. Black Cow
  2. Aja
  3. Deacon Blues
  4. Peg
  5. Home At Last
  6. I Got The News
  7. Josie


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