Deacon Blue

Raintown

1987 (Columbia) | pop-rock

Non capita così spesso che una copertina riesca a rispecchiare con tanta fedeltà l'essenza, la rabbia, la poesia, le speranze da intravedere tra le sfumature di grigio di un cielo come quello di Glasgow, il senso di appartenenza e attaccamento alle proprie radici tanto quanto la voglia di scappare via da quella terra amata, dal fumo delle ciminiere, dalla disoccupazione e dalla pioggia che sembra essere incessante. Perché la chiave è proprio qui, nello scatto di Oscar Marzaroli - fotoreporter (in seguito anche cameraman e regista) scozzese ma originario del nord Italia - che presenta al pubblico internazionale il primo album dei Deacon Blue.
Un nome che è tutto un programma, affettuosamente rubato a una canzone degli Steely Dan ma che racchiude un mondo musicale assai più vivace e articolato, che guarda al cantautorato di Van Morrison come alle elegie rock del Boss, con venature "colte" che accostano il leader e principale autore delle canzoni, Ricky Ross, a una schiera di altri artisti coevi che va dal forbito Lloyd Cole all'arguto Roddy Frame degli Aztec Camera, dal fine artigiano Boo Hewerdine all'ombroso James Grant, senza dimenticare il talentuoso melodista Gary Clark (con il quale condivide la successiva carriera di hitmaker per conto terzi, visto il coinvolgimento di Ross nella stesura di "High", primo conosciutissimo singolo di James Blunt, e quello dell'ex Danny Wilson nella carriera di Natalie Imbruglia).

Di certo l'allora ventiquattrenne Ricky non si aspettava che avrebbe inciso il primo disco della sua creatura presso gli AIR Studios, in compagnia di Jon Kelly - che di lì a poco sarebbe stato tra i cuochi in cucina per "From Langley Park To Memphis" dei Prefab Sprout - e con pure qualche ospite, per l'epoca, di prim'ordine. Sicuramente ci sperava, che "Raintown" arrivasse nella Top 20 e restasse in classifica nel Regno Unito per mesi grazie soprattutto a un'attività live particolarmente intensa e una scelta indovinata dei singoli radiofonici. E aveva anche le idee chiare sui temi, sull'avvicendarsi in scaletta di brani prima eterei, poi vigorosi; canzoni ben vestite, per quanto le tastiere utilizzate mostrino talvolta l'inesorabile passare del tempo, e destinate a essere il primo, brillante tassello di una carriera che (nonostante le lunghe pause e le avventure soliste) continua ancora oggi.
Eppure, tutto questo non era per nulla scontato nell'ottobre del 1985, quando il cantante (allora giovane insegnante precario) si ritrovò a camminare per Bath Street con una lettera di licenziamento tra le mani. Il suo sogno, quello di proporre al mondo la propria musica e ritrovarsi ad ascoltarla alla radio, prese forma l'anno successivo, quando conobbe uno alla volta i suoi compagni di viaggio. Prima Dougie Vipond, poi il pianista e tastierista Jim Prime - fondamentale per la stesura di diverse canzoni - e infine Graeme Kelling; mancava all'appello solo una seconda voce per le armonie. La scelta dapprima cadde su Carol Moore, che accompagnò i Deacon Blue in alcuni show, ma in seguito ci si ricordò di una ragazza (destinata a diventare anche compagna di vita di Ricky Ross) che aveva già cantato in un vecchio provino. Il guaio fu che Lorraine MacIntosh - questo il suo nome - non aveva un numero di telefono, per cui si dovette rintracciarla direttamente recandosi nel suo appartamento sulla Great Western Road di Glasgow. Una volta firmato il contratto con la Cbs, un Dougie leggermente brillo incontrò Ewen Vernal nel bagno di un locale e gli chiese di unirsi al gruppo. Il resto, come si dice sempre in questi casi, è storia.

In "Raintown" si fondono speranze e frustrazione, riflessioni sull'attualità e delicate storie d'amore. Tutto procede come in un film, con "Born In A Storm" (parole rubate da Ross a un amico, David Heavenor) che si muove leggiadra, desolata e impalpabile su un tappeto etereo degno dei Blue Nile di Paul Buchanan e precede per qualche minuto la title track, con le sue tastiere in bella evidenza, lo struggimento e l'incastro perfetto delle voci di Ricky e Lorraine nel ritornello. L'autore parla di sé, di una telefonata che non arriva mai, delle bollette da pagare, di un lavoro che non c'è o di cui non si è soddisfatti quando c'è. Il tempo vola, ma certi temi restano sempre attuali. Come sempreverde è la metafora in "Ragman", composta da un Ross non ancora smaliziato nei confronti del music business ("le ho mostrato tutto ciò che ho/ lei mi ha offerto ciò che aveva/ pensava che io fossi uno straccivendolo/ Mi ha offerto beni in suo possesso/ li ho legati con un nodo/ avvolti in una nota/ li ho tenuti in tasca").
Lo storytelling in "He Looks Like Spencer Tracy Now" è più complesso ma anche più concreto e down-to-earth. Non tragga in inganno il nome dell'attore, qui c'è molto poco "Steve McQueen" e, per contro, Bruce Springsteen (che verrà rievocato più volte, negli anni a venire) in abbondanza. Quello riflessivo, confidenziale di "Nebraska" (uno degli album preferiti del Nostro), ma anche di "My Hometown". L'uomo di cui si parla è colui che sganciò la bomba atomica su Hiroshima ("c'è un'ombra sulla sua fotografia scattata a Tinian nel '45/ sorride come un ragazzo del college che è felice di essere vivo/ ma ora possiede una fabbrica e un negozio a Los Alamos/ ha una moglie, di nome Beverly, che vende auto Ford di seconda mano") e si fantastica su chi potrebbe essere oggi ("un senatore, un generale.../ ma so che ora assomiglia a Spencer Tracy"), dei sensi di colpa che da allora lo attanagliano ("e piange tutta la notte") ma anche dei paradossi e le contraddizioni di cui non riesce a liberarsi ("potrebbe aver stretto la mano di Einstein... 'Dovevamo proprio sganciarla, la bomba?' 'Puoi scommetterci, per salvare questa terra'"... "potrebbe essere stato un nazionalista, un fisico o un pacifista/ ma sta solo scattando foto e continuerà comunque a farlo").

Tra i singoli estratti, "Loaded" è quello che ha la genesi più inusuale. Qui non si parte da annotazioni su un taccuino ma ci troviamo di fronte un vero e proprio stream of consciousness su una base registrata su un vecchio otto-tracce (una parte del testo, come è stato rivelato dall'autore diversi anni dopo, è presa di peso da un inno evangelico, "Christ is the Answer"!). Altrove, invece, i componimenti poetici mettono in risalto una certa attenzione nell'osservare i personaggi che diventano protagonisti inconsapevoli di questi bozzetti, nel tenere conto in ugual misura di ribalta e retroscena, nel descrivere il loro presente facendo attenzione al pregresso per renderci più chiare le motivazioni di certe scelte, o di certi stati d'animo, con fare simpatetico. Senza giudicare, tanto poi lo faremo noi - se proprio lo vogliamo.
Prendiamo "Dignity", un capolavoro pop degli anni 80 che non smette di emozionare nonostante l'età e le tante volte in cui è stato trasmesso dai network internazionali. Empatico, profondo ed elegiaco come lo Springsteen più in stato di grazia, ma con uno sviluppo che ricorda più "The Whole Of The Moon" dei Waterboys, il pezzo parla di un uomo che ha un mestiere umile (lavora "per il Comune", forse si tratta di uno spazzino) ma non sembra mai lamentarsene. Neanche quando i bambini pensano sia giusto ridere di lui. Lo fa con dignità e orgoglio, con la pioggia e con il sole, e il suo sogno è quello di comprare una barca, una volta andato in pensione, e risalire la costa occidentale ("io sarò in vacanza, loro staranno facendo i loro turni/ mi chiederanno 'come hai potuto permettertela?' e io risponderò loro 'hey, l'ho comprata con i miei risparmi'/ "ma quanto è graziosa, questa barca chiamata Dignità").

Pop, rock, arpeggi pianistici a profusione, linee di basso robuste. Ma c'è anche posto per un episodio dal sapore inconfondibilmente soul, una canzone d'amore finito, o non corrisposto, o che è vicino ai titoli di coda; "(When Will You) Make My Telephone Ring?" può richiamare tanto "If You Don't Know Me By Now" di Harold Melvin and the Blue Notes nella successione di accordi quanto "Everytime You Go Away" di Daryl Hall e John Oates nel mood, ma al tempo stesso ha uno charme tutto suo. Merito dei cori dei Londonbeat - che solo tre anni più tardi avrebbero fatto il colpaccio con "I've Been Thinking About You" - a contrastare la voce ispida e l'interpretazione sofferta, senza sfociare nell'autoparodia, di Ricky Ross.
Van the Man incontra Paddy McAloon (quello di "Cruel", dal primo album "Swoon", che già conquistò Elvis Costello) in "Chocolate Girl", altro singolo noto anche ai fan casuali. La lente d'ingrandimento prende stavolta di mira Alan, ricco ma anaffettivo, incapace di dare peso alle emozioni, accompagnato da una donna viziata ma infelice ("Lui la chiama 'ragazza di cioccolato'/ perché pensa che si sciolga quando lui la tocca").

Una produzione con meno lacca per capelli e un arrangiamento più minimale avrebbero reso "The Very Thing" un brano ideale - arioso e al contempo dolceamaro - per il seguito di "No Sense Of Sin" dei Lotus Eaters che abbiamo invano atteso per tutti gli anni Ottanta, mentre la chitarra di Chris Rea dona quel tocco in più a "Love's Great Fears" ("can you see them burn/ twist and turn/ as you walk and learn?"), vagamente accostabile a "Wouldn't It Be Good" di Nik Kershaw. Questo brano, come anche la conclusione affidata a "Town To Be Blamed", è graziato dall'apporto di Jim Prime in fase di stesura; l'ultimo brano, con i suoi toni d'accusa e il finale sfumato e sussurrato ("quando sei giovane tutto ciò che vuoi fare è scappare, e dare la colpa alla tua città - e alle scarse opportunità che essa pare offrire - per tutto quello che va storto nella tua vita", ha dichiarato Ricky Ross. "La prima volta in cui vidi Graeme Kelling voleva andare via da Glasgow, ma in realtà volevamo restarci. Semplicemente in una posizione diversa - volevamo essere i re della collina"), conclude "Raintown" nel migliore dei modi, anche se le prime edizioni su cd contengono altre due canzoni, "Riches" e "Kings Of The Western World".

Troppe volte ci si dimentica di quanta buona musica abbiano prodotto i Deacon Blue, e con altrettanta fretta li si è voluti infilare a forza nel calderone sophisti-pop anni 80 trattandoli come dei Prefab Sprout di serie B. Un po' come è accaduto agli Snow Patrol, forse il gruppo che è più accostabile ai Deacon Blue tra quelli emersi negli ultimi vent'anni, l'accessibilità delle loro canzoni li ha resi "inoffensivi" alle orecchie del pubblico più esigente (ma essere cool non è mai stata una loro missione).
La verità è che "Raintown" è un disco che cresce insieme all'ascoltatore, che si rivela in tutte le sue sfumature ogni anno in cui decidiamo di rimettere il 33 giri sul piatto, man mano in cui siamo in grado di "entrare" nei testi di Ricky Ross, ogni volta con una consapevolezza diversa. Un lavoro perfetto per iniziare a esplorare il loro catalogo, non molto vasto (vale la pena ricordare almeno il successore "When The World Knows Your Name", "The Hipsters" e "City Of Love") ma privo di zavorra e tonfi clamorosi.

(18/10/2020)

  • Tracklist
  1. Born in a Storm
  2. Raintown
  3. Ragman
  4. He Looks Like Spencer Tracy Now
  5. Loaded
  6. (When Will You) Make My Telephone Ring?
  7. Chocolate Girl
  8. Dignity
  9. The Very Thing
  10. Love's Great Fears
  11. Town To Be Blamed




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