Molly Nilsson

Molly Nilsson

Sintetico ordinario

di Roberto Rizzo

Dal minimal-synth più oscuro a sentori cantautorali, Molly Nilsson ha "sintetizzato" in una formula unica un sentire sociologico preciso dei Duemila, paradossalmente rievocando, in un mood da perenne karaoke onirico, suoni e ritmi degli Ottanta
The borders are only lines in the sand
The borders are divided by land
And invented by men
The birds all fly high in the sky
But the birds have never heard
About Europe, about you
About Europe
“Che c'è di così sbagliato nel voler vivere nel passato?”, si chiede Molly Nilsson nel mezzo di uno dei suoi brani più significativi, “1995”. Forse nulla, o forse in realtà molte cose, se è vero che l'unico posto abitabile in maniera più o meno integrata è il sempre sfuggente e indomabile presente. Ma non è questo il punto. Nel corso di una ormai sostanziale discografia, Molly Nilsson si è insinuata in quegli interstizi emotivi nei quali chiunque si è ritrovato almeno una volta a indugiare. Quel raro momento auto-consapevole in cui l'esperienza corporea del movimento eterno e inacciuffabile qual è il flusso fenomenologico di un qualcosa che, in mancanza di un vocabolario migliore, chiamiamo presente, è la manifestazione spontanea di retro-proiezioni dal passato autobiografico, di quello che è stato e di quello che invece sarebbe stato “se solo...”. 


Nata nel mezzo degli anni Ottanta a Stoccolma, Molly Nilsson intraprenderà un percorso in cui personale e artistico resteranno incredibilmente intrecciati. Ma non solo. Il privato che trapela non è né divismo di sorta né il narrarsi autoreferenziale tipico di buona parte delle produzioni mainstream quanto di quelle indipendenti. Il personale che traspira nell'opera della svedese è quanto di più ordinario, connettibile e sincero si possa trovare sulla piazza. Ma le composizioni di Molly non si fermano solo a questo, a un'illusione di esperienza restituita in modo trasparente e concluso. Le sue vignette sono sempre rivestite da un'aura onirica, fumosa, talvolta tramortita, essenzializzata da un outfit perennemente nero pece, coronato da un volto glaciale in biondo platino, eppure mai distaccato e, anzi, facilmente attraversato da emozioni e insicurezze, che si sciolgono nel fare confidenziale e casual dei suoi numerosi live. Ed è questa, fondamentalmente, la differenza con personaggi quali Lana Del Rey, a cui è stata sovente accostata come “la risposta europea e underground”, vuoi per vicinanze anagrafiche o per gli sporadici strascichi “dreamy” della loro musica. Laddove cantautrici come la Grant elaborano su una idea di esperienza, per quanto storicamente generata, la Nilsson non fa altro che pescare dalla sua biografia più ordinaria per chiudere le sue vaporose miniature, in un raro esercizio in cui il quotidiano diventa mito, senza pretese e senza virtuosismi.

Di quale ordinario si parla, quindi, tra un synth cadaverico e una spazzolata in eco? Il nomadismo un po' romanzato un po' obbligato dalla precarietà tardo-capitalista. L'essere squattrinata in metropoli gentrificanti. I party sul balcone con tabacco sfuso e vino del discount. L'Europa come l'unità di riferimento del concetto di casa. L'esperienza fotografata da Molly Nilsson non è universale ma estremamente contingente, attraente e identificabile da chiunque sia nato, approssimativamente, tra gli Ottanta e i Novanta. Eppure il carattere confessionale, intimamente naive delle sue liriche, l'estetica senza tempo emanata dalle produzioni immancabilmente lo-fi amalgamate da rimandi spudoratamente eighties espandono il fascino della svedese a chiunque risuoni con queste, melanconicissime, frequenze.
Per quanto ancorata per più aspetti nel presente, è proprio a un punto imprecisato degli anni Ottanta che la musica di Molly Nilsson rimanda in continuazione. Come se, seguendo il filo autobiografico rilasciato in modo non-lineare tra i solchi della sua discografia, la composizione energetica marcata dall'anno di nascita fosse un elemento ricorrente e ineluttabile, nonostante le molteplici trasformazioni spazio-temporali. Cyndi Lauper, Saada Bonaire, Propaganda, Siouxsie, ma anche Cosey Fanni Tutti, The Space Lady, Anne Clark, Nine Circles e Jane Hudson emergono a intermittenza, trasfigurati e rimescolati, al punto da renderli irriconoscibili individualmente ma captabili in un umore tanto vago quanto specifico. È una retro-proiezione patinata, quindi, che è tanto riproduzione quanto apparizione spettrale e spontanea. Come tale, si rigenera in mini-scene in apparenza simili ma al tempo stesso dalle configurazioni potenzialmente infinite. L'esordio su disco della svedese avviene poco dopo il suo trasloco a Berlino.

Is the future any brighter?
Is the darkness any lighter in Europe?
I met Joy in London, she used to love to sing
But now she's not singing about anything
"Gotta work to make your way
Better work if you wanna stay"
So now she's working for you, for Europe

La capitale tedesca è nei primi anni Duemila una calamita senza paragoni per artisti di ogni estrazione. Quella che era nota nei decenni precedenti come la Mecca delle avanguardie elettroniche, dall'estetica kraut alla techno, si era nel frattempo trasmutata in contenitore apparentemente senza fondo per scene di architettura, design, arte visuale e, ça va sans dire, filoni musicali di ogni genere, animato da menti migrate da ogni dove. Complice, come ricorderà spesso la svedese, il clima di apertura e di indulgenza della città, un complesso di situazioni e mentalità che è sempre “clemente con te, anche qualora dovessi fallire”. Un'atmosfera differente, per la Nilsson, dalla più intransigente e periferica Stoccolma. In maniera più prosaica, inoltre, Berlino consentiva semplicemente di poter iniziare un qualcosa dal nulla, alla portata economica di tutti. Questo, almeno, fino all'impennata speculativa del decennio Dieci.
È in questo clima che, in modo quasi casuale, Molly finisce per chiudere quello che diviene il suo primo album. These Things Take Time (2008) è il titolo che allude, alternativamente, tanto alla gestazione delle tracce, composte e registrate in un lasso di tempo di diversi anni, mentre svolgeva un lavoro d'ufficio ai piani più bassi di una corporazione, quanto al recupero emotivo necessariamente lungo in seguito a un trauma, che sia psicologico o sentimentale.



Vige un'atmosfera quasi funerea, infatti, tra le canzoni dell'album, al punto che molti si precipiteranno a incasellare prematuramente la Nilsson come un personaggio “dark”, nel senso più primigenio ed, ehm, eighties, del termine. Interamente auto-composto e autoprodotto in casa su un'unica tastiera da pochi euro collegata al computer, These Things Take Time introduce quelle che saranno le coordinate stilistiche di tutti gli album a venire della Nilsson, ma è dotato al tempo stesso di un carattere e un'intensità specifici anche all'interno della sua discografia. Le sue tredici composizioni, infatti, sono tra le più spoglie e scarnificate anche per gli standard minimal ed essenziali delle produzioni successive.
“The Lonely” apre il lotto senza troppi salamelecchi, con una mesta filastrocca sinteticha in loop e una ritmicha sporca quasi impercettibile, su cui si inserisce, ugualmente sommesso, il racconto raggelato della Nilsson. Per quanto il tono generale si innesta immediatamente su quel sentore Ottanta accennato sopra, il colore della voce e delle liriche della svedese richiama una solennità quasi da Nico. Quello con la compianta cantautrice tedesca sarà un paragone che le verrà esposto varie volte, suo malgrado, dal momento che Molly non considererà mai la musa Velvet Underground come un punto di riferimento né un tipo di cantautorato particolarmente caldeggiato. Il contenuto lirico introspettivo e desolato di brani come “8000 Days”, tuttavia, non può non riportare alla mente i funesti madrigali della cantautrice di Colonia, snelliti in un formato ancora più letargico, inerte e patinato.

Le performance vocali della Nilsson scorrono come intrappolate a metà tra uno stato sedato o post-acido e una condizione emotiva implosa. Si inseriscono in maniera sempre diretta e procedono senza particolari variazioni cromatiche su una modulazione in apparenza desensibilizzata, apparentemente più in sintonia con una performer synth-pop di prima forgia che non con un cantautorato di confessione. Una qualità, questa, timbro dell'estetica vocale generale della Nilsson, ma ancora più pronunciata tra le tracce di These Things Take Time. Ma squisite ballad pseudo-pianistiche come “Whiskey Sour”, le osservazioni psicanalitiche appartate in metro come “Joyride” e, soprattutto, la commovente serenata notturna di “Hey Moon”, brano che resterà tra i suoi più noti di sempre, non fanno che rammentarci che Molly Nilsson è esattamente un personaggio a metà tra i due modi di sentire, tra gelida entropia synth e il cantautorato più caldo, insicuro e vulnerabile.
Nonostante l'ottima resa sul formato ballata essenziale, sono le tracce di impronta più ritmica – per quanto sempre nuda e minimalissima – che detteranno lo stile più riconoscibile e, in seguito, più arioso della musica di Molly Nilsson. Tracce che sono pur sempre di ottima fattura, dall'ubriaca “(Won't Somebody) Take Me Out Tonight”, che nella sua gotica naiveté concilia in un siparietto di tre minuti Annie Anxiety e Madonna, all'abbozzato bubblegum di “We've Never Coming Home”, quasi una reprise della precedente.



Pubblicato sull'auto-fondata Dark Skies Association – label su cui usciranno tutte le sue produzioni – These Things Take Time cristallizza un personaggio tanto oscuro quanto immediatamente classico, che raccoglierà un seguito e un culto notevoli per un'artista venuta alla ribalta da sé, senza sponsor e senza merchandising di alcun tipo. L'album raccoglie un consenso crescente nei mesi successivi alla pubblicazione, comparendo in una congiunzione fortunata per le produzioni lo-fi, tanto che i più la inseriranno un po' sommariamente in quel filone hypnagogico particolarmente modaiolo sul finire del decennio tra Ariel Pink e Hype Williams. A contribuire al suo incasellamento all'ombra dei nomi di punta del revival in bassa fedeltà, è anche l'endorsement di John Maus, artista che sarà anche l'unico nome con cui collaborerà più avanti l'altrimenti sempre solitaria svedese, e anche, in retrospettiva, il personaggio più vicino nel suono e nell'umore agli intenti della Nilsson. Due anni dopo lo stesso Maus farà addirittura una cover/duetto di “Hey Moon”, nell'acclamato “We Must Become...”, pubblicazione che sarà, per molti, il primo incontro con il nome di Molly Nilsson.

La cantautrice inizia un periodo molto prolifico, al ritmo di un album all'anno. Il suo nome è a malapena iniziato a circolare che nel 2009 rilascia il secondo album, Europa. Il disco cementa l'estetica della svedese, ma inizia anche un processo di maturazione nel sound, che verrà completato un paio di album più avanti. Più contenuto nella durata rispetto al debutto, Europa mantiene l'impianto minimal synth, ribadito dalla bella apertura di “In The Mood For A Tattoo”, ma estende il suo raggio, per quanto ancora timidamente, su sentori più orecchiabili e vagamente “pop”. Sono le tre tracce centrali a spiccare su tutte. “When I Have No Words” sfodera un beat nostalgico quasi ballabile, “Berlin, Berlin” è una dedica semi-liturgica alla città mitteleuropea, perno di quell'Europa figurata nel titolo, che sfocia, guarda caso, nella più sorniona e ariosa title track, un poema cosmopolita al vecchio continente, accompagnato da un videoclip (anch'esso, ovviamente, in lo-fi) girato in un porto del mar Baltico. Il resto dell'album non mantiene però le potenzialità schizzate su questi brani e scivola via, per quanto sempre piacevole, su tracce decisamente meno a fuoco e memorabili.

Passano solo pochi mesi e arriva il seguente Follow The Light (2010). Come il titolo lascia presagire, Molly Nilsson sembra proseguire delicatamente in una direzione compositiva ed estetica più aperta, scrollandosi di dosso l'etichetta troppo stretta di dark lady del sintetico. Per quanto non troppo dissimile da quello dei lavori precedenti, il contenuto lirico si fa progressivamente più variegato e traspare finanche un certo livello di umorismo nero. Ancora più cruciale sarà il coinvolgimento della svedese nelle sue attività live, che comincerà a trapelare anche nell'apparato lirico. A partire da Follow The Light, infatti, il nome della Nilsson lo si inizierà a ritrovare, letteralmente, ovunque. I suoi diventano tra i tour più fitti del periodo, con date a cadenza praticamente giornaliera, principalmente nel continente, suo riferimento e palco, ma ben presto arriverà ad esibirsi nelle Americhe, in Asia e in Australia. Un risultato quantomeno bizzarro per un'autrice decisamente introversa e di nicchia. Ma ben presto i suoi concerti cominciano a calibrarsi sul formato a lei più congeniale: venue piccole e fumose, spesso in città diverse dalle capitali più navigate dal business dei concerti, palchi ad altezza audience. Molly si esibisce puntualmente in nero, “per cercare di scomparire il più possibile”, come commenterà con ironia in alcune interviste, interagisce con il pubblico, manda giù birre e shot come se il tutto fosse un party decadente nel salotto di casa. Una confidenza che sembra quasi cozzare con una personalità altrimenti schiva e restia a comunicare – tutt'oggi si possono contare sulle dita le interviste rilasciate. “Semplicemente non sono brava a parlare”, dichiara. È per questo che pensieri, flussi di coscienza, frammenti di diari, osservazioni casuali, vengono messi su disco. Ascoltare un disco di Molly, così, è come ritrovarsi con un'amica a notte fonda per un ultimo bicchiere, a filosofeggiare, a commentare su un tizio interessante adocchiato dal grossista cinese, a ribadire luoghi comuni e verità eterne di sinistra oppure a disquisire semplicemente sulla decisione di ossigenarsi i capelli.

I love the city in the night
When she leaves on all her lights
When she tells me that she's mine
I believe her every time
I'd never leave for the countryside
Small towns make me terrified
In the cities our hearts stay open like bars
I feel safe in the city. I feel safe in the city

Follow The Light manca forse di veri highlight, ma il disco mette in luce come la matrice della svedese sia ormai orientata verso un'impostazione più cantautorale. L'opener “The Closest We'll Ever Get To Heaven” è degna delle liriciste più consumate, “Never O' Clock” strizza l'occhio al tempo stesso alle lascive ritmiche di Sandra Lauer, mentre “Truth” e “I'm Still Wearing His Jacket” ritornano su tonalità più gotiche. Ma il goth di Follow The Light non è mai il tentativo di tracciare un nichilismo fine a se stesso. Al fondo delle composizioni della Nilsson si intravede sempre uno spiraglio di vitalità e curiosità verso il divenire e verso un poetico immanente da captare nei piccoli momenti dell'ordinario.



Appena un anno dopo e sempre nel mezzo di un tour costante, History (2011) continua a lavorare in questa direzione, alzando questa volta seriamente la posta in palio. Nonostante l'album attacchi in maniera poco felice (il passo fiacco di “In Real Life”), la tracklist rivela alcune tra le composizioni più belle di sempre nel catalogo della nostra. Soprattutto, la penna della Nilsson si spinge questa volta fino a lambire territori più smaccatamente synth-pop e finanche new wave. “Hiroshima Street” è una splendida ballad che ammanta i New Order in una folata di gelo est-europeo, “I Hope You Die”, probabilmente il suo pezzo più noto del periodo, nasconde dietro quel titolo gore, un'emozionante love song in sintentico, mentre “City of Atlantis” punta su un tempo mai così upbeat, pagando dazio a John Foxx e Human League, ma restituendo il tutto nella formula ormai riconoscibile e personalissima della Nilsson, fino alla toccante e quasi epica chiusura di “Skybound”. A gravare su History, però, ci sono anche una manciata di pezzi meno ispirati, dalla strascicata “The Bottles Of Tomorrow” agli impacciati strumentali, a conferma, una volta in più, della centralità del contributo lirico e vocale nelle composizioni di Molly Nilsson. L'album però indica con fermezza la maturità e la complessità verso cui la svedese è approdata e, uscito dopo la citazione di Maus, sarà in più l'album della (relativa) notorietà mediatica, con recensioni sulle testate “che contano” e un culto di seguaci che si infoltisce.

Non fa che giovare, quindi, la cadenza meno intensa con cui le produzioni della Nilsson cominciano a uscire a partire da History. Due anni dopo, la nostra, che nel frattempo si appassiona di astrologia e ideogrammi cinesi, ritorna con The Travels (2013), un album che questa volta riesce a trovare un certo equilibrio tra la componente più orientata alla “canzone” e le varie declinazioni del minimalismo sintetico in lo-fi. The Travels è un'ode a un nomadismo liberatorio e di resistenza, ma pur sempre sotto Xanax. “Philadelphia”, “City” e “Going Places” sono piccoli brani-manifesto di questa filosofia girovaga in nero e noncurante del mattino successivo, “The Power Ballad”, tra i suoi pezzi melodicamente più riusciti, è una dolce digressione sul potere dell’amore versus l’amore del potere, mentre il singolo “Dear Life” ricapitola tutto in una dedica alticcia alla forza vitale (“Dear Life, you know I love you secretly/ even when you're talking dirty to me/ (and I'm not only saying this cause I'm drunk)”). Schizzi di una penna semplice ma acuta, vagamente inquieta ma sempre positiva al suo nocciolo (vedere la quasi solare chiusura di "Out There"), vivace, in ogni modo, in qualunque sua impressione. Album più compatto e con più visione d'insieme rispetto ai due precedenti, a The Travels non mancano comunque piccole imperfezioni - “Omega” e “Atlantic Tales” che rallentano l'ascolto in una parte cruciale del disco. Ma sono sviste che le si perdonano con affetto: chiunque si sia trovato almeno una volta a vagare perduto per la periferia di una qualsiasi capitale europea alle quattro di mattina non faticherà a comprendere e ad amare il blues di queste synth-ballad che fanno di Molly Nilsson ormai un nome imprescindibile della scena minimal dei Duemila.



Sarà però Zenith (2015), un altro biennio dopo, a chiudere, letteralmente, l'orbita abbozzata nel corso del lustro precedente. Tematicamente, l'album riparte da dove The Travels ci aveva lasciato, dal viaggio-movimento come condizione esistenziale necessaria, e lo fa con un brillante gioco di spirito (“The Lonely Planet/ Is The Only Planet For Me”). Il brano inonda il meditato flusso lirico con una cattedrale di synth tipicamente Maus-iani, ma approda subito dopo al passo iper-Ottanta di “1995”. Il pezzo è condito da una delle principali innovazioni dell'album, che verrà poi replicata saltuariamente da qui in avanti nelle composizioni della svedese: delle frasi di sax in libertà, ovvero, quanto di più quintessenzialmente eighties poteva mai essere trovato sul mercato. Ma “1995” è prima di tutto un brano di eccellente scrittura, a partire dal testo – una riflessione, con humor, sull'ansia da fin de siecle alle porte del millennio, unita a una contraddittoria fiducia per il futuro, ma sempre ricondotta al personale (“Windows '95/ Is just a metaphor for what I feel inside”).
L'album prosegue su un livello coerentemente alto, riuscendo a sviluppare con più oculatezza il rapporto tra ricerca sonora retro-futurista e il bisogno di espressione lirica. Non mancano le canzoni più compiute e “tradizionali” (la ballad atmosferica “Lovers Are Losers”), ma è nei pezzi in apparenza più abbozzati, spontanei e aperti che la penna di Molly Nilsson pare più a suo agio e, in definitiva, più efficace: “Happyness” e “My Body” ne sono gli esempi più evidenti. Il disco si chiude sulla distesa e fiduciosa “Tomorrow”, sigillando quello che potrebbe essere considerato a tutti gli effetti l'album più rappresentativo del sound e della poesia del quotidiano della compositrice svedese.

Nel mezzo di un'attività live che ormai la porta a esibirsi in ogni angolo del mondo, la nostra pubblica poi Single (2017), due tracce accompagnate da un video per “About Somebody” che è quanto di più nilssoniano (una ripresa in bianco e nero di Molly che ci fa visionare, tutta concitata, il suo nuovo bilocale berlinese in affitto) e poi l'album Imaginations. Il disco aggiunge poco rispetto a quanto messo sul tavolo da Zenith, ma non manca di regalare dei momenti di ottima caratura e, in generale, regala un sound mai come a questo giro coeso. “Let's Talk About Privileges” e “Not Today Satan” sono superbe ballate esistenziali fedeli al formato Ottanta-hypnagogico. Il sax la fa da padrone anche nel gelido blues di “American Express” e nell'eccellente numero da dancefloor sintetico di “Think Pink”, che sanziona una parte centrale dell'album in stato di grazia. Quella di Imaginations è una Nilsson ormai perfettamente a casa sua nei panni nella cantautrice synth-pop, coerente all'estetica degli esordi ma che non disdegna ora il groove e arrangiamenti più ammiccanti.



Un anno dopo esce invece 2020 (2018), album che introduce nelle liriche riferimenti più apertamente socio-politici. Il suono conferma le soluzioni più ricche dei due lavori precedenti (questa volta anche vocalmente, sentire l'apertura di “Every Night Is New”, o l'abrasività inaudita di “Serious Flowers”) e sfodera un altro singolo-ballad più che dignitoso (“A Slice of Lemon”). Il mondo di 2020 è una riflessione sulla fiducia verso il futuro, nata da un'attenta osservazione dei cartelloni pubblicitari sponsorizzanti le olimpiadi di Tokyo che si sarebbero dovute tenere, appunto, nell'anno orribile 2020. Ma non manca, questa volta confermato palesemente dal risvolto della storia, il tipico innuendo ironico e dolceamaro a cui la Nilsson ci ha piacevolmente abituato. È però un universo sonoro apprezzabile ma meno incisivo, quello sfoderato nell'album, appesantito un'altra volta da un poco necessario intermezzo strumentale (“My Mental Motorcycle”). La splendida “Days Of Dust” risolleva comunque l'ascolto con una carica rockettara tutta da zompettare, coronata da un bel video in cui la nostra si fa immortalare per la prima volta con un caschetto ginger. 2020 mostra una compositrice matura e versatile, aperta a lambire nuovi territori. Manca forse l'album definitivo che consegni alla storia la completezza artistica a cui la gigante buona di Stoccolma è ormai approdata.

Molly Nilsson

Sintetico ordinario

di Roberto Rizzo

Dal minimal-synth più oscuro a sentori cantautorali, Molly Nilsson ha "sintetizzato" in una formula unica un sentire sociologico preciso dei Duemila, paradossalmente rievocando, in un mood da perenne karaoke onirico, suoni e ritmi degli Ottanta
Molly Nilsson
Discografia
These Things Take Time (Dark Skies Association, 2008)

8

 

Europa (Dark Skies Association, 2009)

7

 

Follow The Light (Dark Skies Association, 2010)

6,5

 

History (Dark Skies Association, 2011)

7

The Travels (Dark Skies Association, 2013)

7

 

Solo Paraiso (Ep, Dark Skies Association, 2014)

6

 

Sex (Ep, Dark Skies Association, 2014)

6,5

Zenith (Dark Skies Association, 2015)

7,5

 

Single (Ep, Dark Skies Association, 2017)

6

 

Imaginations (Dark Skies Association, 2017)

7,5

 

2020 (Dark Skies Association, 2018)

7

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