Stranglers

Norfolk Coast

2004 (Emi) | pop-rock

Commoventi, encomiabili Stranglers. Dopo la dipartita di Hugh Cornwell, ormai quattordici anni orsono (!), e il contestuale reclutamento di Paul Roberts alla voce e di un nuovo chitarrista (John Ellis prima, e ora Baz Warne), i bad boys in nero avevano tutta l'aria di una band che andasse avanti per forza d'inerzia, giusto per accontentare i numerosi e attempati fan che tuttora vivono nel mito di questi dannati, vecchi (ex) punk rocker. C'è da dire che, a fianco di qualche album a dir poco insipido uscito nel corso degli anni 90, per quanto impreziosito qua e là da marginali guizzi di decenza, l'attenzione verso gli Stranglers si era già ridestata in coincidenza del doppio live "5 Live 01", nel quale le grandi capacità vocali di Paul Roberts, che si cimenta senza imbarazzi con un repertorio durissimo da sostenere, non potevano certo passare inosservate. Non crediamo di dire un'eresia se consideriamo questo frontman, proveniente da un'avventurosa gavetta underground, tecnicamente più attrezzato del suo glorioso e intoccabile predecessore Cornwell. Certo, questo non basta, non poteva bastare per guardare agli strangolatori con un atteggiamento che andasse al di là dell'umana simpatia.

Tutte romantiche considerazioni, prima di questo "Norfolk Coast", che non sarà certo un capolavoro destinato agli annali del rock ma, è garantito, contiene più di un buon motivo per essere ascoltato con attenzione. Tanto per cominciare, ci potrete trovare una verve e una cattiveria da cui molte giovani indie band dovrebbero attingere (non sarebbe facile, vista anche la straordinaria maestria di un pool di musicisti di caratura superiore), e poi è l'utilissimo vademecum grazie al quale, ai molti per i quali gli Stranglers sono poco più che un nome da enciclopedia del rock, verrà la curiosità di saperne di più sul loro conto.

A ricordarci che tutt'oggi ben pochi gruppi indie (poiché questo è il target attuale con cui confrontarsi) possono vantare una sezione ritmica composta da J. J. Brunel e Jet Black, e nessuno, dico nessuno, possiede un tastierista come Dave Greenfield, arriva un ottundente "uno-due" composto dalla title track e dal singolo "Big Thing Coming": sei minuti abbondanti che senza alcuna pretenziosità e con un'energia unica, potrebbero essere tranquillamente inseriti fra gli outtake di... "Rattus Norvegicus"! Fra vocalizzi che spaziano da sinistri baritoni à-la Andrew Eldrich e più rassicuranti tonalità power pop, un basso a dir poco devastante, velocissimi arpeggi di tastiera e dei controcanti dall'aroma psych-pop, l'inizio dell'album è di quelli che non passano inosservati. Peccato che la seguente poppettara "Long Black Veil" vada a rispolverare degli arrangiamenti che speravamo definitivamente sepolti fra le note dei Mission nei loro peggiori momenti e che ci ripongono, momentaneamente, con i piedi per terra.

È solo un passo falso, poiché si riprende subito vigore con "I've Been Wild", così come il secondo approccio pop, "Dutch Moon", è assai più centrato, risultando alla fine uno dei brani più accattivanti, con quella batteria spazzolata dall'incedere swingato e quegli inserti jazzy di chitarra che riportano alle atmosfere pulite e romantiche dei tempi di "Feline". Lo svagato ma riuscito autocitazionismo prosegue con "Lost Control", con cui vengono ripresi pari pari i suoni delle ingombranti tastiere dell'indimenticato singolo "Who Wants The World", mentre "Into The Fire" restituisce gli avanzi di una psichedelìa annegata in arabeschi robotici vicini a "The Raven" e "Meninblack". E, a proposito di psichedelìa, che questa volta ci arriva pura e senza mediazioni, come non affascinarsi all'ascolto di "Tuckers Grave" in cui Dave Greenfield, dopo un trentennale "girarci intorno", si esibisce in una scala doorsiana in questa sommessa preghiera dark-lisergica, mentre Paul Roberts sciorina in un parlato tutto il pathos di cui è capace, così ben assecondato dai sussurrati cori degli altri angeli neri?

C'è ancora spazio per l'ennesimo, ma per niente scontato, frizzante inno agli Stranglers che furono, "I Don't Agree", per un altro e questa volta poco riuscito swing, la trascurabile e fuori contesto "Sanfte Kuss" e per un epilogo che avrebbe potuto esser forse migliore di "Mine All Mine", che strizza l'occhio a orecchiabili ruffianerie pop-rock un bel po' retrò.

Il rischio è che "Norfolk Coast", fra qualche piccola caduta di tono e il rigoglioso rinverdirsi di nobili e inimitate autocitazioni, rimanga schiacciato dal fardello di una discografia trentennale colma di tesori, ma ciò non può toglierci l'idea che questo sia il miglior disco degli Stranglers da vent'anni a questa parte. E, tutto considerato, non è affatto poco: un'inattesa, piacevole sorpresa.

(12/12/2006)



  • Tracklist
  1. Norfolk Coast
  2. Big Thing Coming
  3. Long Black Veil
  4. I've Been Wild
  5. Dutch Moon
  6. Lost Control
  7. Into The Fire
  8. Tuckers Grave
  9. I Don't Agree
  10. Sanfte Kuss
  11. Mine All Mine
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