Ok, i Sex Pistols mi piacevano. Erano grandi alle feste. E i Clash erano fantastici dal vivo. Ma gli Stranglers erano la mia punk band preferita, anche se tutti sapevano che erano vecchi e che fingevano per la maggior parte del tempo.
(Robert Smith)
È probabile che all’inizio fingessero di essere punk (il loro tastierista Dave Greenfield doveva “nascondere” le sue qualità tecniche per non finire nella pentola dei musicisti più sbeffeggiati, quelli prog), così come è probabile che qualche anno più tardi fingessero di essere post-punk, ma la loro musica è sempre stata tutt’altro che finta, e sarebbe stato anche rischioso accusarli del contrario. Gli Stranglers erano esattamente quello che le cronache e il loro nome suggerivano: una specie di gang.
La risposta è che “Dark Matters”, diciottesimo episodio in studio della discografia (e ottavo senza Hugh Cornwell), riparte proprio da qui, dalle otto tracce già registrate da Greenfield prima di ammalarsi, dalle circa trecento idee compositive portate in dote da JJ, e dal corollario di sensazioni di un periodo incredibile, comprendenti il dolore, lo smarrimento, il desiderio di celebrare un amico scomparso, la voglia di tirare ancora calci nella rissa, la necessità di restare a pieno diritto nel novero di band con un suono certificato e di dire qualcosa che esuli dalla rappresentazione di un simulacro.
Ma anche laddove il suono Stranglers imbarca il caratteristico piglio aggressivo, sorretto dalle veementi plettrate di JJ Burnel (uno che nel 1978 ha fatto correre in negozio il giovane Peter Hook a comprare lo stesso modello di basso e di amplificatore), sembra di essere di fronte a una chiarezza di intenti che non si manifestava da tempo: “This Song” è inglesità punk-rock nella sua quintessenza, “No Man’s Land” un bel trattato di spigolosità e tensione, mentre “White Stallion” danza su fraseggi a tratti barocchi senza però cadere nella noia.
“Dark Matters” riacciuffa gli Stranglers quando tutti forse li immaginavano finiti e li restituisce perfettamente focalizzati sulle carte ancora da giocare e sulla capacità di non perdere per strada niente di un suono tra i più iconici del panorama rock degli ultimi 50 anni. Difficile chiedere di più.
17/09/2021