Dalek

Absence

2005 (Ipecac) | hip-hop

Dälek al microfono, Still al giradischi e Oktopus alla produzione rappresentano la mina vagante per eccellenza, il lato più "oscuro" dell'underground hip-hop americano. Sette anni per dare alle stampe tre dischi, di cui "Absence" è l'ultimo in ordine di tempo, oltre che la punta più estrema del loro discorso "out". Un discorso che si fa riproduzione sfasata di modelli (Public Enemy, Techno Animal, Dr. Octagon) traslati in sovrastrutture di matrice rock: noise-rock, per la precisione.

Presentato come un incrocio caterpillar, omaggiante Public Enemy e My Bloody Valentine, "Absence" si fa carico di tutte le tensioni che brulicano nell'alveo della ri-codificazione della materia hip-hop, trasfigurata per stratificazioni sempre più dense e frenetiche. Quella dei Dälek è musica altamente consapevole del suo valore politico. Liriche incendiarie. Invettive rabbiose contro l'assenza della giustizia, della democrazia, della libertà. Ferite elettro-noise che battiti atomici e sciami di feedback ibernato rimasticano senza pietà ("Distorted Prose"). Clangori post-industrial, fratturati da scratch acidi e fragorose bolle di turntablism in nebbie shoegaze ["Asylum (Permanent Underclass")].

La folle depravazione di un hip-hop riprocessato, pressurizzato, spinto al limite di una purificazione psichica ("Culture For Dollars"; "Opiate The Masses"), condotto per mano nel caos infernale di "A Beast Caged", tra accozzaglie di sample deturpati e feedback-trivella; oppure, ancora, liberato, per sottrazione assoluta, nella diafana wasteland dark-oriented della title track o nel deserto astrale di "Koner". Scintille fluorescenti che blaterano incomprensibili da un abisso che solo dinamiche ritmiche possenti scandagliano, frangendosi contro pareti verticali di archi ("In Midst Of Struggle"), tessendo prodigiose farneticazioni di melodie psicotiche sventrate ("Eyes To Form Shadows"), in cui la nevrosi scivola sotto pelle, esorcizzata dal rapping in-your-face che Dalek tinge di sputi grumosi.

E' la musica di una colonna umana che si flagella nella ripetizione. Un alienante tenersi per mano, in circolo. Una colossale apoteosi di guizzanti fiamme noise in polpa old-skool ("Ever Somber"), tra beats & rhymes maledette che ne decretano, ogni secondo, la morte per avvelenamento. La faccia post-moderna e assassina di un giradischi che gracchia un party tossico dentro un albeggiare di ruggine.
  • Tracklist
1. Distorted Prose
2. Asylum (Permanent Underclass)
3. Culture for Dollars
4. Absence
5. A Beast Caged
6. Koner
7. In Midst of Struggle
8. Eyes to Form Shadows
9. Ever Somber
10. Opiate the Masses
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