Richmond Fontaine

The Fitzgerald

2005 (El Cortez/Decor) | country-folk

Immaginate un hotel nel deserto americano. Reno, Nevada: lontano anni luce da Las Vegas e le sue tentazioni illusorie, miglia e miglia dalle sorridenti chimere di fama e fortuna. Da quelle parti la nenia cantata da Michael Stipe nell'album "Reveal" ("You're Gonna Be A Star!") pare svuotarsi di senso. Già, perché al "Fitzgerald Hotel" non abita alcuna stella: solo scarne e poco illuminate camere da 28 dollari, bevitori e giocatori d'azzardo incalliti, criminali da strapazzo, donne maltrattate, gangster disperati.

E' la provincia americana dei "natural born losers" e dei sogni infranti, arida e polverosa. Roba da western metafisico, degna della penna di un Raymond Carver, un Cormac McCarthy o al massimo un John Fante. Trasportare il medesimo spleen in musica? Potevano pensarci i Willard Grant Cospiracy o Smog, invece lo ha fatto Willy Vlautin, nato e cresciuto proprio a Reno.

Willy è cantautore/leader e chitarrista dei Richmond Fontaine, tra le migliori realtà alternative-country degli ultimi dieci anni, un buon riscontro in Usa e un piccolo seguito di culto in Inghilterra, fomentato da periodici specializzati come Uncut.
Attratto in modo fatale dalla cupezza rassegnata di quei corridoi, Vlautin ha passato intere settimane in una camera del "Fitz" a scrivere testi per il nuovo, sesto album della band. L'idea di fondo era quella di allontanarsi dal robusto rock del precedente "Post To Wire", dalle influenze (Uncle Tupelo, X, Replacements, Long Ryders, Blasters) e dai marchi di fabbrica (distorsione e pedal steel guitar). Nessuna concessione a mid o up-tempo, sostituiti stavolta da dinamiche lente, fortemente "narrative" e cinematografiche. La batteria è solo accarezzata, le chitarre sono acustiche (l'elettrica si mostra in modo discreto, funzionale all'ambiente piuttosto che ai riff), minimali come gli altri interventi di pianoforte, violino, armonica e fisarmonica.

Al di là delle assonanze stilistico/vocali (da una parte lo Springsteen di "Nebraska", dall'altra il primo Tom Waits), "The Fitzgerald" colpisce per la sua asciuttezza interpretativa, gli arrangiamenti di stampo country/folk lineari ma affascinanti, la mancanza di luce naturale lungo le undici tracce.
Ogni storia ha il giusto peso e significato: Wes, picchiato da un creditore; Harry, un fantasma con il volto tagliato; lo spettro di Francine, amore vagheggiato e mai più ritrovato. "Dormono, dormono sulla collina", avrebbe detto Fabrizio De André.
Qui c'è solo deserto e bottiglie di whisky. La maestria di Willy e dei Richmond Fontane sta nel riportare in vita questi destini, musicarli in "concept album" alla vecchia maniera dei cantastorie, rendendo tutta l'intossicante tristezza noir di episodi come "Black Road" o "Disappeared". L'attenzione particolare a personaggi e dettagli è forte: non sorprende quindi la notizia di un contratto editoriale proposto a Willy per il suo esordio in formato romanzo.

Complimenti ai Richmond Fontaine: hanno saputo osare nel cambio di rotta, dimostrando carattere e personalità. "The Fitzgerald" è tra i migliori dischi americani del 2005. Il consiglio personale è quello di ascoltare l'album in cuffia, soffermandosi sui testi riprodotti nel booklet: l'impressione positiva si confermerà col tempo. Lasciatevi trasportare, il vento e la polvere faranno il resto.
  • Tracklist
  1. The Warehouse Life
  2. Welhorn Yards
  3. Black Road
  4. Incident At Conklin Creek
  5. Disappeared
  6. Casino Lights
  7. Exit 194b
  8. Laramie, Wyoming
  9. The Janitor
  10. Don't Look & It Won't Hurt
  11. Making It Back
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