Belle And Sebastian

The Life Pursuit

2006 (Rough Trade) | pop

Se una volta arrivati a metà dell'ascolto di "The Life Pursuit" dovesse venirvi la tentazione di tornare al negozio di dischi sperando che, per un'imprevedibile svista, nella custodia che vi trovate perplessi tra le mani sia finito il cd sbagliato, lasciate perdere: si tratta proprio del nuovo album dei Belle & Sebastian, anche se la realtà a volte non è facile da accettare. Possibile che quegli schivi scozzesi che hanno cullato le fantasticherie dei seguaci dell'indie-pop al tramonto degli anni Novanta siano gli stessi che oggi si trastullano con questo pop-rock scialbo e annacquato?

Dopo dieci anni di carriera, i Belle & Sebastian hanno deciso di volare dall'altra parte dell'Oceano e di raggiungere Los Angeles per sfornare il loro disco più estroverso e più ballabile di sempre, originariamente concepito addirittura come un doppio album. E fin qui niente di male. Anzi, si sarebbe potuta sognare una versione elettrica dei ragazzi di Glasgow che suonasse a metà strada tra l'epica eterea dei conterranei Delgados e la solarità pensosa dei primi Go-Betweens.
Invece, i Belle & Sebastian di "The Life Pursuit" preferiscono ricalcare dozzinali riff glam e inseguire frivolezze black, nel tentativo di dimostrare a tutti che adesso non hanno più paura di fare le cose in grande e che sono pronti a lasciarsi alle spalle il cliché dei malinconici sognatori. Il risultato è quello di una band che sembra avere smarrito la propria identità, incerta tra generiche ascendenze Seventies e ripetizioni poco convinte del proprio passato.

Non si tratta del solito sfogo dei fan della prima ora, che si proclamano snobisticamente delusi per la svolta artistica perpetrata dai propri beniamini una volta arrivati alla soglia del successo: la delusione sarebbe stata altrettanto cocente se i Belle & Sebastian si fossero ostinati a ripetere all'infinito "If You're Feeling Sinister", perché la cifra stilistica del genio, da Bob Dylan fino a Beck Hansen, sta proprio nel tentativo di non ripetere mai sterilmente sé stesso.
Il fatto è che nella loro nuova veste i Belle & Sebastian, invece di sorprendere, finiscono per perdere per strada proprio la loro originalità e per risultare prevedibili come una qualunque band votata al recupero del pop degli anni d'oro. Per questo il sapore estivo di "The Life Pursuit" e il suo calibrato uso di tutti i classici espedienti pop, pur testimoniando la confidenza ormai acquisita dagli scozzesi nella loro esperienza sui palchi di tutto il mondo, non riescono ad andare oltre a una superficiale orecchiabilità, destinata senz'altro a rendere ancora più colorati i loro show, ma nulla più.

È vero che di primo acchito si rimane inevitabilmente spiazzati dall'incedere gommoso alla T. Rex di "White Collar Boy" o dalla spudorata imitazione del primo David Bowie e del Lou Reed trasformista offerta da "The Blues Are Still Blue" persino nel timbro vocale di Stuart Murdoch. Ma, superato il primo attimo di straniamento per l'insinuarsi di aciduli assolo in un disco dei Belle & Sebastian, si capisce subito che il citazionismo di "The Life Pursuit" rimane un gioco divertente, ma sostanzialmente fine a sé stesso.
Le cose vanno un po' meglio con il calore incalzante venato di northern soul del fraseggio d'organo di "Sukie In The Graveyard", su cui Stuart Murdoch snocciola con febbrile agilità i propri versi, oppure con il brio funky e lo spirito da Prince sbarazzino di "For The Price Of A Cup Of Tea".
Ma è difficile perdonare i coretti alla Jackson 5 e il buonismo zuccheroso di "Song For Sunshine", che ci spiega con il suo appiccicoso "volemose bene" che siamo tutti uguali sotto lo stesso cielo, anche se qualcuno paga per il nostro stile di vita… Viene quasi voglia di intonare tutti insieme "We Are The World".

Al di là di certe pacchianerie, da cui anche il precedente "Dear Catastrophe Waitress" non era esente, il vero problema di "The Life Pursuit" è che per la prima volta il suono dei Belle & Sebastian, per quanto tirato a lucido, risulta appiattito e privo di mordente, complice la produzione di Tony Hoffer, già al fianco di Turin Brakes, Thrills e Supergrass, oltre che degli Air di "10.000 Hz Legend" e del Beck di "Midnite Vultures" e "Guero".
E così i classici brani in stile Belle & Sebastian, come il singolo "Funny Little Frog" o "Another Sunny Day", con le loro ritmiche saltellanti e le loro chitarre in odore di jingle-jangle, nonostante la consueta godibilità, rimandano ormai più ai Coral e ai Cranberries che non agli Smiths.
Certo, c'è ancora la tromba di Mick Cooke che accarezza i sussurri di "Dress Up In You", c'è la morbidezza nostalgica dei ricami di "Mornington Crescent" e c'è la voce di Stevie Jackson che in "To Be Myself Completely" rievoca i tempi di "The Boy With The Arab Strap". Ma a mancare è l'innocenza, e parlando dei Belle & Sebastian non è un dettaglio da poco. Troppo facile dire che si tratta di una conseguenza inevitabile per un gruppo giunto al settimo album.

Solo la vena letteraria di Stuart Murdoch continua a brillare, arguta e pungente nel tratteggiare le sue storie con un paio di versi, come nel racconto da lavanderia automatica di "The Blues Are Still Blue". Rispetto alle pagine degli esordi, nella penna di Murdoch sembra solo esserci meno partecipazione e più distacco rispetto ai propri personaggi: aspetti che conferiscono al songwriting un'aria maggiormente spensierata.
A dire il vero, la studentessa che canta nel coro della scuola immersa nelle sue fantasticherie bibliche, protagonista delle due parti di "Act Of The Apostle", sa un po' di già sentito per chi non è nuovo alla poetica della band. Ma il "White Collar Boy" in fuga dalla legge e incatenato a una "suffragetta urlante" capace di ucciderlo con uno sguardo è una figura degna dei migliori Pulp. E "Funny Little Frog" riesce a fingersi all'inizio una sdolcinata canzone d'amore, per poi rivelarsi l'ironica descrizione dell'ossessione fatale per un miraggio irraggiungibile.

Nelle note di presentazione alla stampa, la Matador Records (che, come ai bei tempi della Jeepster, distribuirà il nuovo disco dei Belle & Sebastian in Nordamerica) si spinge a definire "The Life Pursuit" come il miglior album della carriera degli scozzesi: un'affermazione che va ben oltre il "dolus bonus" insito nella logica promozionale. È la testimonianza più evidente del fatto che intorno ai Belle & Sebastian si sta ormai creando quell'aura di acritico consenso che disgraziatamente accompagna di solito la scoperta da parte del mercato discografico di quello che può fruttare una band "indie". Se le cose stanno così, allora, meglio non rischiare di essere complici della parabola di Stuart Murdoch e soci. Meglio dire le cose chiaramente: "The Life Pursuit" è il peggior disco dei Belle & Sebastian. Diffidate degli adulatori.

(17/12/2006)

  • Tracklist
1. Act Of The Apostle Part 1
2.  Another Sunny Day
3.  White Collar Boy
4.  The Blues Are Still Blue
5.  Dress Up In You
6.  Sukie In The Graveyard
7.  We Are The Sleepyheads
8.  Song For Sunshine
9.  Funny Little Frog
10.  To Be Myself Completely
11.  Act Of The Apostle Part 2
12.  For The Price Of A Cup Of Tea
13.  Mornington Crescent
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