Knife

Silent Shout

2006 (Rabid Records/V2) | art-synth-pop

Legami di sangue, un duo elettropop che si chiama "Il Coltello", la gelida e socialmente impegnata Svezia, i Knife sono uno dei gruppi più sorprendenti di questi primi anni del 2000. Tanto per finire le presentazioni: dal pop elettronico freak del loro esordio, ai successi house dell'incensatissimo "Deep Cuts", questo mese la Rabid (Records, brillante label indipendente svedese, vedi Jenny Wilson) fa uscire la loro terza creazione, "Silent Shout".

Come alcuni illustri colleghi quali Daft Punk, Radiohead e Talk Talk, Olof e Karin Dreijer non amano ripetersi, e si rifugiano in una fabbrica di ossido di carbonio, dietro maschere nere vagamente veneziane, al freddo dell'inverno svedese, a creare un album oscuro, nervoso, destabilizzante.
Basta l'attacco della title track per cogliere la geniale follia: cassa portante che è timpano dell'inferno, gelida monofonia di sintetizzatore stile "Tour De France Etape 2", ma più incazzato, e poi le loro voci all'unisono, basse e demoniache, fantasmi della tundra ("Yes in a dream all my teeth fell out/ A cracked smile and a silent shout"). E' piacevolmente ironico che musicisti seriosi come i fratelli Dreijer, che rifiutano quella cultura dell'immagine ormai irrinunciabile per la musica moderna, celino le facce in trucchi e costumi di scena, e dissimulino il successo commerciale delle loro canzoni.
In effetti pochi sanno che "Heartbeats" di Josè Gonzales, splendida canzone assai in voga nel circuito indie-pop, ma soprattutto colonna sonora di un celebre spot, sia una cover dei Knife. Non sarà di certo l'ultima volta che un loro singolo già principino delle club chart andrà a rivelarsi una perla del pop, perché anche in "Silent Shout", nonostante tutti i cupi riflessi degli arangiamenti, il senso della melodia pop non manca di certo. "Marble House", gommosissimo pezzo dall'incedere sorprendentemente catchy (anche grazie al tocco del connazionale Jay Jay Johanson) vanta un ritornello epico alla "Don't You Want Me?" e ai lettori scettici sulle doti melodiche degli Human League suggerisco di aspettare il 24 aprile e ascoltare il "PTR Remix", (b-side del secondo singolo "Marble House"), con il suono secco delle biglie a fare da nacchere in un arrangiamento oserei dire minimal-kabuki.

Nel rituale gioco dei riferimenti, Karin, dopo aver pagato il debito a Bjork nel primo, omonimo, disco, a Cyndi Lauper in "Deep Cuts", stavolta lo paga a Kate Bush, ma è una Kate Bush replicante, cibernetica, filtrata. Karin ha quella voce tesa e stupenda che ha fatto il successo di "What Else Is There?" di Royksopp, ma in "Silent Shout" la si sente spesso deformata, plagiata (quando non grottescamente distorta come la controparte maschile: sentiremo mai la vera voce di Olof Drejer?), strozzata come un vero "grido silenzioso": l'effetto è il panico afono di munchiana memoria, che si esprime rara violenza psichica in "The Captain".
Questa canzone funziona come una molla: accumula tensione nei primi, lunghi minuti di cigolii sintetici, che echeggiano nell'inquietante cattedrale spoliata (la Storkyrkan di Stoccolma) dove l'album è stato parzialmente registrato, tenendo l'ascoltatore in bilico solo per precipitare sulla tastiera con urgenza, ringhiando di basso.

Così sommessamente ringhiosi anche i testi - non una novità per Karin, che si è sempre vantata di scrivere liriche "politiche", e sul disco in questione è lei stessa a dire che "molte canzoni parlano della ricerca di qualcosa per passare il tempo, per riempirsi il corpo, per sfuggire alla solitudine, alle funzioni e disfunzioni del corpo". Un esempio per tutti, il geniale carillon alieno di "Na, Na, Na": "I've got mace, pepper-spray/ And some shoes that runs faster than a rapist rapes/ What I need is chemical castrations, hope and godspeed".
Ambiziosi anzichenò, i Knife, e la cosa è tanto più evidente quanto "Silent Shout" è pervaso da una struggente solennità , che rende i brani omogenei e corposi, ma soprattutto crea un'atmosfera corale, anzi corifea: strofe eschilee che davvero incarnano l'antico slancio tragico dell'individuo in estasi dionisiaca (coro, parti vocali) verso la visione sognata di un mondo apollineo che cerca l'eternità e l'assoluto (la stentorea e incalzante musica elettronica dei Knife). O forse, al di là delle speculazioni sulla nascita della tragedia, la banale verità è che questi signori tecnicamente fanno quello che vogliono: da "Neverland" a "We Share Our Mother's Health", passando per "One Hit", non ce n'è una sbagliata.

Per modo di dire, ovviamente, perché i difetti, se uno li cerca, si trovano sempre, e su tutti c'è sicuramente la difficile presa sul pubblico di un disco così musicalmente e concettualmente "spesso", soprattutto rispetto ai loro precedenti.
Ma a volte le classifiche smentiscono le cassandre della critica e di certo il tutto esaurito del loro primo tour in assoluto, che partirà a giorni e si preannuncia più come esclusivissima performance audiovisiva che come concerto (cosa che in un gruppo elettropop non si vede certo tutti i giorni), è indizio che chi si accosta a "Silent Shout", per qualche motivo, non si ferma al primo ascolto.

(30/03/2006)

  • Tracklist
  1. Silent Shout
  2. Neverland
  3. The Captain
  4. We Share Our Mothers Health
  5. Na Na Na
  6. Marble House
  7. Like A Pen
  8. From Off To On
  9. Forest Families
  10. One Hit
  11. Still Light
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