Composti da 3/4 dei Breather Resist, gli Young Widows (da Louisville, Kentucky) suonano fondamentalmente un misto di noise, hardcore evoluto e post-punk claustrofobico, ovvero qualcosa che potrebbe stare lì in mezzo, tra Jesus Lizard, Drunk Tank e Big Black . Una musica rumorosa, tormentata, rapita da impeti massimalisti e calata in scenari apocalittici.
La title track e la successiva “Almost Dead Beat” compongono già un biglietto da visita niente male: gli incastri ritmici, la chitarra affilata come una lama e la voce su di giri, focosa e teatrale alla maniera di quel pazzo matricolato di Yow (Jesus Lizard). Parliamo di baccanali per collassi emotivi e poco importa se qualche volta le somiglianze con i maestri vanno al di là della semplice ispirazione (le sferzate chitarristiche e il picchiare micidiale di “Glad He Ate Her”, traccia che ha molto a che fare con la “Gladiator” della band di “Goat”). Se “Small Talk” gioca la carta di una psichedelia applicata al fracasso matematico, “Formererer” macina rabbia, riverbero e distorsioni come se fossero scintille impazzite, lanciandosi in allunghi improvvisi e detonanti. La struttura triadica basso-batteria-chitarra macina potenza e disperazione, pulsare marziale e traiettorie acide (“Bruised Knees”) e le mitragliate sono proprio lì, direttamente on your face, come se dietro i vetri, a bilanciare il tutto ci fosse un certo Steve Albini (“Mirrorfucker”).
Ecco, quindi, il senso di queste rasoiate, sempre più nitido, sempre più ragguardevole. Una tradizione che viene a rigenerarsi, nonostante non sia mai svanita o passata nel dimenticatoio. Il groove , insomma, è sempre di quelli che spaccano (“The Charmers”), le liriche sono ancora benzina sul fuoco e la percezione è ancora quella di un caos metallico incredibilmente tenuto a bada dalla semplice volontà di non mollare mai la presa, comunque vada (“The First Half”). Tuttavia, gli Young Widows sanno anche come defilarsi un attimino, facendo finta di rilassarsi, ma come cani che mantengono pur sempre desta l’attenzione sul loro territorio (“New Forest”), o che inquietano proprio perchè sembrano stranamente innocui (“We Don’t Know”). E, in ultima istanza, sarà bene che ne prendiate atto: il prossimo disco, se sarà capace di scrollarsi di dosso l’ombra dei maestri, farà un botto di quelli che difficilmente si dimenticano.
30/10/2006