C’è da fare i conti con l’avanguardia pop, di tanto in tanto. Quel gioco al “massacro” che spessissimo produce frutti succulenti, non di rado prodigiosi. Nel caso degli americani Alex Delivery, la strada tracciata è innegabilmente diretta verso il paradiso e c’è di sicuro che questo “Star Destroyer” scivola via che è un piacere, con le sue peripezie apparentemente criptiche, sottilmente artistoidi, alla lunga ironicamente vitali. Qualcuno ha parlato, a ragione, di kraut-noise-indie-psichedelia, e c’è chi fa la voce grossa spergiurando su di un sacrosanto incrocio Can/Faust–Arthur Russell. Ma resta pur sempre il fatto che, una volta lanciatisi lungo questi sentieri, come vagabondi ovviamente insicuri e debitamente curiosi, la fantasia, come si suol dire, andrà al potere e, allora, sarà gioco forza andarseli a cercare a tutti i costi gli slittamenti e gli ibridismi.
A fare sul serio, si incomincia subito: “Komad”, space-rock jam/suite, con una melodia nascosta dietro una nube di scricchiolii metallici. Oltre, una coltre blasfema che mitiga l’assurdità del sogno con la realtà meschina dell’ incubo. Ma è solo un pezzetto di strada, un’ouverture che dichiara intenti e allestisce palcoscenici, prima che sbocci un disco-pop altezzoso e incanalato dentro un solco motorik, Neu–style of course. Eppure, fermi tutti!: non si dimentichi che l’aria qui è molto più depressa e stranamente romantica di quanto si possa immaginare. “Rainbows”, allora, si fa notturna folgorazione, crepitante mistero, equilibrismo scomposto.
Poi, un traghettare oltre di sensazioni. Uno stantuffare inesorabile di pulsioni vitali, dietro il velo della disperata nostalgia, alla ricerca di un eden piccolo piccolo, e per di più privato, con tutte le cose che abbiamo perso, non per caso, non per sempre. Le linee della gioia, convergenti e multi direzionali. Un brivido leggero ma rinvigorente dietro la schiena. Per la serie: ma quando cazzo erano grandi e preveggenti Michael Rother e Klaus Dinger? (“Milan”). C’è da stupirsi, ad ogni ascolto. Una piccola, grande meraviglia di pop lanciato nell’iperspazio della destabilizzazione. Come dire: molti prendono in prestito sonorità, schemi e strutture, ma pochi sono in grado di farne patrimonio personale, rischiando sulla propria pelle, gettando nella mischia una passione lacerata da ricordi ed esperienze sensibilmente annichilenti.
E se la giostra-valzer ricca di lustrini merita il bombardamento (“Scotty”), la stessa tensione alla vertigine liberatoria ritorna, esaltata e definitivamente abbandonata a se stessa, nel volo cinematico di “Sheath – Wet”, tutto un caleidoscopio di riflessi Kraftwerk “2”, fanfare mutanti come carillon sbracati all’aria aperta, fantasie incondizionate: trance fluorescente e magnetica. Infine, il deliquio, l’indifferenza, la gioia di vivere: un gioco di intarsi sempre vivi, in un’ottica orchestrale che trasfigura la magia in un incanto corale. Come dei Beirut lunatici. Come la luce di una candela, lontano nella notte: miraggio o inestimabile splendore?
28/04/2007