Liars

Liars

2007 (Mute) | no wave

Il Fight Club dei nostri smilzi cervelli cooptati con pozioni virtual-mediatiche riprova a svincolarsi dal viscido abbraccio tirando calci di veloce violenza dal più cattivo dei giochi di una playstation.
Il concept del 2006 era stata la lotta tra il bene e il male ingaggiata dalle due forze morfologicamente assurte a una cosmica volontà di potenza di "Drum" e "Mt. Heart Attack", un terrorismo psichico teso e disturbante, uno shock operato con magistrale e pianificata durezza, un omaggio al delirio falsamente irrazionale del Pop Group, al ghigno dagli antri più crepuscolari dei boschi dei Virgin Prunes, alla narcosi di un’ambita irrealtà di Radiohead e Mercury Rev.

Facile aspettarsi il tramonto definitivo degli idoli di pixel, di collagene, di fantapolitica e pseudo-scienza salvifica, con l’omicidio colposo di un cancro planetario chiamato cattiva coscienza, un definitivo sabba in cui bruciare ogni fantoccio, un’esplosione disturbante di gong e falsetti malvagi che avrebbe posto la parola "capolavoro" a questa curiosamente omonima nuova uscita.

Ma nulla di ciò: giunti sulla linea di demarcazione tra Eros e Thanatos, pare che i Liars abbiano scelto un controverso limbo, costruito sull’illusoria convinzione di "essere dentro" al sistema, convinzione, però tentata costantemente dai più angosciosi, terrificanti e catartici incubi, che a volte ritornano in tutta la loro forza demistificatrice ("Leather Prowler"), a volte si sciolgono su catatoniche chitarre disturbate da sinistri rumori di fondo ("What Would They Know"), altre sfondano la zolla più coriacea del sistema nervoso con un pestare la batteria alla stregua di un divertissment con il martello pneumatico ("Pure Unevil"), per poi inseguire il miraggio di ciò che è stato immediatamente prima, adesso confuso da una nuova appartenenza alla realtà che ne sfoca la vista ("The Dumb in the Rain").
La ricerca di un unicum smarrito prosegue con l’inaspettato chitarrone hard-rock che tenta di restituire una maggior immediatezza al lavoro ("Cycle Time") e un intro di finta tenebra voodoobilly smarritosi su un alt-rock non troppo gonfio ("Freak Out").

In chiusura, quasi a dimostrare di non aver rinnegato un certo, fortunato passato, un ritorno al punk funk più acido e psichedelico, alla "They Were Wrong So We Drowned" ("Clear Island"), e una ballata in bianco e nero per organo, batteria, voce ed effetti, capace di anticipare certo bramoso mood autunnale ("Protection").

La capacità di rimescolare abilmente il tutto per tirarne fuori gli incubi più angosciosamente attraenti e, allo stesso tempo, sedurli sino alla catarsi, anche scegliendo la strada di una più ostica eterogeneità, ci restituisce un disco inaspettato, più complesso di quanto sembri e libero dall’ansia di assurgere a definitivo capolavoro.

(02/08/2007)

  • Tracklist
  1. Plaster Casts Of Everything
  2. Houseclouds
  3. Leather Prowler
  4. Sailing To Byzantium
  5. What Would They Know
  6. Cycle Time
  7. Freak Out
  8. Pure Unevil
  9. Clear Island
  10. The Dumb In The Rain
  11. Protection
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