Quante volte vi sarà capitato di leggere recensioni entusiastiche, che celebrano l’uscita di dischi presentati come sofisticati incroci di generi all’apparenza inconciliabili, salvo poi rivelarsi delle cocenti delusioni al momento dell’ascolto, quando ci si ritrova di fronte all’ennesimo disco-calderone in cui vengono ammassate influenze disparate senza criterio? Beh, questo “Mapmaker” sembrava l’ennesimo caso del genere, ma, a riprova che i miracoli ogni tanto avvengono, è un disco equilibrato e riuscito.
Procediamo con ordine. I Parts And Labor sono un trio americano (chitarra, synth e batteria), con alle spalle altri lavori, tra cui il promettente “Stay Afraid” dello scorso anno e uno split con Tyondai Braxton (chitarrista, e ora anche voce, dei Battles), approdato di recente su Jagjaguwar. Il loro stile, come si diceva, è una strana bestia: un ibrido tra un punk-hardcore aggressivo e incalzante e un feroce noise-rock sintetico, che non disdegna la forma-canzone né la melodia più orecchiabile. Veloci come schegge impazzite, le loro canzoni si susseguono toccando picchi di aggressività e drammaticità, grazie al drumming forsennato del batterista Christopher Weingarten, alla carica epica dei pezzi e all’onnipresente cacofonia elettronica (un misto di tecnologico-futuristico e di disturbante grezzume sintetico).
Non ci si lasci trarre in inganno dalle premesse, “Mapmaker” è prima di tutto un disco di canzoni, e sono canzoni stupende. “Fractured Skies” è il brano tipo dei Parts And Labor: picchiare invasato di batteria, synth deliranti e finale melodrammatico, quasi pomposo. Seguono due pezzi da antologia: “Brighter Days”, con un meraviglioso contrasto tra assordanti cascate di rottami e un piglio melodico irresistibile, e “Vision Of Repair”, il capolavoro dell’album, una canzone pop scossa dai terremoti della batteria, che ricorda i momenti migliori di “New Day Rising” degli Husker Du.
Da qui in poi, è tutto un susseguirsi di momenti esaltanti: il futuristico singolo “The Gold We’re Digging”, la bellissima “New Crimes” (in odore di Oneida) e la lisergica “Unexplosions”, che mette in mostra la bellezza della voce, qui vicina a quella di Ian Brown. Per finire, un’ottima cover dei Minutemen (“King Of The Hill”) e la solenne “Knives And Pencils”, il momento più epico del disco, con crescendo vertiginoso.
Si chiude in questo modo un album bellissimo, la prova che anche nel 2007 si possono scrivere grandi canzoni rock: un lavoro denso, compatto e originale.
(15/09/2007)
17/09/2007