Lasciate perdere la copertina (ci siamo abituati, no?) e chiediamoci: a cosa serve un disco degli Unsane, oggi? O, meglio, a chi interessa un loro disco (un disco che niente aggiunge alla loro carriera) se non ai fan più incalliti? Riemergo dal solito, furibondo sfacelo sonoro e, con i timpani ancora in fiamme, realizzo che lo schiacciasassi è passato, ma non fa più male come una volta.
“Visqueen”, primo disco per la Ipecac di Mike Patton, è un’opera con cui la band newyorkese continua a spargere il suo odio, la sua ferocia contro un mondo insensato e saturo di violenza. Il sangue è dappertutto, anche all’interno dello jewel case – ma ho l’impressione che vogliano far di tutto per nascondere il notevole calo d’ispirazione. Anzi, no: è proprio così!
Mid-tempo in apertura, basso distorto, voce invasata, passo solenne, chitarra stridente (“Against The Grain”): niente di nuovo sotto il sole, i dubbi si diradano. I soliti guastafeste inossidabili, dal suono denso e opprimente (“Last Man Standing”), alle prese con un’epica della ribellione tanto scontata quanto avvincente, nonostante tutto, nonostante gli anni che passano inesorabili (“This Stops At The River”). Niente sorprese, allora. Ma neanche cadute di stile di rilievo. Tutto fila liscio, ben oliato, perfettamente a suo agio. Anche quando sembra che la scenografia stia per diventare irreparabilmente torbida e disperata (“Only Pain”, e vabbè, un po’ di sano ottimismo non farebbe male!).
Insomma, un po’ tutto quello che conosciamo degli Unsane: cavalcate furibonde (“No One”), mastodonti corazzati d’acciaio (“Shooting Clay”), schiacciasassi letargici (“Line On The Wall”), tornado impetuosi (“Disdain”) e cupi rituali meccanici/circolari, come cerimonie per il dopo-Apocalisse (“East Broadway”).
Meglio ripescare i loro grandi classici.
30/04/2026
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