Guardare la copertina di un disco e ritrovarti in un mondo in cui già sei stato.
Guardare la copertina di un disco e non riuscire a immaginarne una diversa.
Si presenta così, ordinario e prevedibile, il nuovo lavoro dei Cloud Cult. Il quinto in 5 anni. Cose che dovrebbero iniziare a far riflettere, soprattutto se lo standard qualitativo inizia a scemare e lo stato di grazia compositivo diventa più impalbabile.
Dirsi tutto in faccia e capirsi. Capire che un nuovo album dei Cloud Cult, ora, a 12 mesi da "The Meaning Of 8", proprio non serviva. Capire che lo stakanovismo musicale non è premiato, perché dalla musica alla quantità si preferisce la qualità. Da sempre.
E dunque Minowa sbaglia il passo, sbaglia il tempo, sbaglia tutto e si lancia in una nuova avventura fortunosa, insaziabile nel ripresentarsi di nuovo, con la stessa faccia. E poi avere il coraggio per dire "Questo è l'ultimo album degli Cloud Cult, o l'ultimo prima di una lunga pausa". E ci si chiede quindi il perché, la necessità di lanciare sul mercato un oggetto misterioso come questo "Feel Good Ghosts", e renderlo l'ultimo episodio prima della fine o di una nuova serie. Chissà.
Domande più che legittime, dubbiose e interrogative. Perché i 13 brani del disco per un totale di 39 minuti, al netto di tutto, sono la fine crudele di una carriera brillante e tutta da riscoprire. E' il peggior album dei Cloud Cult, citazionista, stando bassi, di cose già sentite in passato; banale per buona metà, per nulla incisivo né capace di regalare emozioni da colpo al cuore. E là dove il maquillage musicale era un punto di forza e sintesi di un sentire indie in chiave cantautorale, qui ci ritroviamo la noia come principale compagna di viaggio.
Un brano che riascoltato mille volte sembra scritto da una tribute band degli Arcade Fire con una versione demo di Pro Tools; una serie di brani fuoriusciti dal lato meno nobile dello spirito creativo e dunque confinabili al ruolo di b-side da qualunque sano di mente. Tutto questo è "Feel Good Ghosts".
A salvar qualcosa ci si sporca le mani, ma per quel senso di gratitudine che ancora si ha nei confronti di Minowa (che, va ricordato, ha regalato almeno un paio di album da discografia indie tutta la vita) lo si fa volentieri: e quindi discreta "Hurricane And Fire Survival Guide", discreto lo studio che il gruppo ha fatto nell'implementare strutture musicali più articolate, discreta la virata verso un pop psichedelico à-la Flaming Lips.
Ma sono tante, troppe le cose che non tornano.
Da ultimo, il disco si chiude con una ballata sintetica, "Love You All", che rappresenta l'addio dei Cloud Cult. Coi sentimenti non si scherza, ma ne avremmo fatto volentieri a meno, soprattutto la prima parte con quella voce filtrata che ricorda le cose peggiori del power-pop di metà anni 90.
Una delusione. Il peggior arrivederci.
12/05/2008