Ruby Suns

Sea Lion

2008 (Memphis Industries/ Sub Pop) | psychedelic-pop

Ecco, come dire: ogni tanto, il pop. Magari, non solo per distrarci o farci abbassare la guardia. Ma anche, in tempi come questi - in tempi di migliaia di dischi carini ma… insomma… – come una ventata d’aria fresca, un bagno rigenerante.

Ma non di pop puro e nudo, parliamo. Ma di quel tipo che sa bene cosa sia la gentilezza “sbandata”, che dentro porti come in dote il rumore dell’acqua che si trastulla nei canali sotto il sole accecante del primo pomeriggio e che sappia anche qualcosa – e non faccia finta di niente! – delle urla dei bambini.

E’ un mondo, insomma, che appartiene a un altro mondo. Un mondo perso oltre il muro delle “distanze”. Ci sono soprattutto i ricordi, la loro stordente magia sensoriale a regalarcene brandelli. Osereste voi, forse, negare, davanti all’ammaliante invito di “Blue Penguin”, di aver mai visto pinguini tutt’azzurri? Non ci credo. Soprattutto se conoscete bene un tizio che di nome fa Kevin Ayers e che se la spassa con giostre coloratissime, zucchero filato e candidi lisergici. Certo, ci sono anche Dogbowl, gli Architecture In Helsinki e, finanche, Olivia Tremor Control a fare la cavallina… ma che c’entra? Quello è un discorso a parte: riguarda quel genere di cose che si chiamano “provare a fare la lista delle influenze” o “cercare di “razionalizzare” per vedere l’effetto che fa”.

In effetti, ci importa poco. E, quindi, cercavamo, per l'appunto, altre strade per “catturarne” il mistero. Non sembra, ma non è, poi, mica facile, cogliere del tutto la semplicità con cui questo terzetto neozelandese mette sul tavolo i tasselli del suo fantasmagorico puzzle-pop, passando in rassegna volatili grazie pre-adolescenziali (“Kenya Dig It?”), vertigini festaiole (“Oh, Mojave”, ovvero, voi da qualche parte in Messico, un sombrero in testa e raggi psichedelici in modulazione sul viso: che idioti!) o, ma certo!, diffrazioni Wilson-iane che ci arrivano come un piccolo dono, da lontano, molto lontano - talmente tanto che qualcosa, lungo la strada, ci lascia le penne (“It's Mwangi In Front Of Me”): l’incanto è fragile, sembra volersi spezzare in due, salvo, poi, miracolosamente restare impresso dentro come una disperata felicità tatuata…

E’ un mondo davvero strano, questo. Il folklore polinesiano e gli aromi africani di “Tane Mahuta” (tripudio di effervescenze stratificate, l’assalto vampiresco del corpo che brucia ardore nel ballo), la gioia un po’ sofferta delle corse a perdifiato verso lo skyline confuso con l’orizzonte, mentre il mare è un lago di sangue (“Ole Rinka”), i saliscendi percussivi di “Adventure Tour” e il synth-pop da età della plastica che in “Morning Sun” sbuca da dietro l’angolo, dopo un dormiveglia d’altri tempi.

E, tra tutto questo, immancabile l'elegia: malinconicamente vostri; il tempo è andato via; cosa resterà di tutto questo? ("Remember"). E le orchestrine, finché è loro concesso, suonano impavide mentre si cola a picco con tutto il resto… perché questo nostro mondo è un Titanic nemmeno costato tanto. Ma, in fin dei conti, quando una cosa come “There Are Birds” ci stringe il cuore in un abbraccio, senza nemmeno sforzarsi troppo, possiamo anche accerchiare le orchestrine e brindare finché ce n’è, finché non va davvero tutto a puttane…

(10/04/2008)

  • Tracklist
1. Blue Penguin
2. Oh Mojave
3. Tane Mahuta
4. There Are Birds
5. It's Mwangi In Front Of Me
6. Remember
7. Ole Rinka
8. Adventure Tour
9. Kenya Dig It
10. Morning Sun
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