Secret Machines

Secret Machines

2008 (World's Fair) | space rock, psichedelia

La parabola artistica e il senso della ricerca musicale tutta di un gruppo come i newyorkesi (ma texani di provenienza, Dallas per la precisione) Secret Machines può essere in ultima analisi racchiusa in un pezzo di David Bowie (uno dei preferiti del sottoscritto, peraltro) risalente al 1969, “Space Oddity”. Propensione barocca a un’epica di viaggi interstellari senza fine, profondo senso del pathos, una solida attitudine profetico-visionaria e un certo gusto per arrangiamenti stilisticamente stratificati e spesso complessi. Questi sono gli elementi che più di altri caratterizzano l’operato dei Secret Machines. In realtà, il gruppo afferma di richiamarsi alla psichedelia floreale e pastosa dei Pink Floyd (soprattutto quelli di dischi come “Ummagumma” e “Meddle”) e agli strepiti drammaturgico-operistici degli Who di “Tommy” o “Quadrophenia”, ma la figura benedicente del Duca Bianco aleggia tra le pieghe di molte delle composizioni che la band ha incluso nel suo nuovo omonimo album, terzo della serie e il primo senza il contributo creativo del chitarrista Benjamin Curtis (e fratello del cantante-bassista Brandon), che ha sciolto gli ormeggi per dedicarsi al progetto School Of Seven Bells, già ben accolto dalla critica più ricettiva.
I Secret Machines hanno tra l’altro avuto recentemente un’ottima occasione per catapultarsi al di fuori dei circuiti underground più periferici, facendo da backing band a Bono Vox nella sua rilettura della beatlesiana “I Am The Warlus” inclusa nel film “Across The Universe”, per la cui colonna sonora hanno anche curato altri due pezzi. C’è quindi da aspettarsi una maggiore visibilità e una più ampia attenzione mediatica nei confronti del materiale nuovo, che potrebbe forse coincidere con un incremento significativo di popolarità.

Per ora ci si deve limitare a parlare di un lavoro nell’insieme molto buono, con diverse hit più che potenziali già inserite nel caricatore. L’idea generale pare quella di una psichedelia poco incline alla digressione strumentale (salvo episodiche eccezioni, tra cui l’ultima traccia, con minutaggio degno di una fucilazione) e saldamente ancorata alla melodia (e, dunque, al connesso formato-canzone tradizionalmente inteso), capace di sovrapporre in maniera sufficientemente godibile il romanticismo glam dei Suede più teatrali con i sussulti di new wave rabbuiata e balbettante dei primi Interpol, il tutto rideclinato poi con estrema cura, secondo i dettami dei patchwork poppedelici elaborati a suon di dischi magistrali da due dei maggiori gruppi americani degli ultimi anni, vale a dire Mercury Rev e Flaming Lips.

Detta così sembra un’accozzaglia molliccia di riferimenti mal assortiti, ma il risultato ha una sua scorrevolezza, che emerge più nitidamente al trascorre degli ascolti. Questo per lo meno sembrano dire pezzi molto freschi e diretti, quasi sulla falsariga degli Mgmt (ma con tonnellate di chitarre in più), come l’iniziale “Atomic Heels” o la successiva “Last Believer, Drop Dead”, per tacere poi di “Have I Run Out”, dove un piccolo teatro mittleuropeo da repubblica di Weimar sull’orlo della catastrofe bellica fonde le sue cadenze marziali con inferocite code strumentali alla benzedrina, per poi riversarsi nell’algoritmo wave di “Underneath The Concrete”, in cui una recitazione enfatica memore dell’onnipresente Bowie sposa l’algebra astratta dei Wire, fruttando con ogni probabilità il pezzo migliore dell’intero disco.
La seconda parte dell’album si evolve poi in un formato mediamente più espanso, con qualche battuta d’arresto in parte fisiologica ma anche frequenti intuizioni in sede compositiva che lasciano ben sperare per l’immediato futuro (il refrain di “Now You’re Gone” ha un passo decisamente vincente, ad esempio).

Concludendo, possiamo insomma osservare come i Secret Machines abbiano nel complesso realizzato un lavoro apprezzabile, abbastanza vario, pieno di citazioni e codici musicali aggrovigliati fra loro, capaci però talvolta di fondersi in ibridi plausibili, sfiorati da una scintilla d’eleganza che la band dovrà imparare a dominare e sviluppare con ancor maggiore sicurezza. Le qualità ad ogni modo non mancano.

(14/01/2009)

  • Tracklist
  1. Atomic Heels
  2. Last Believer, Drop Dead
  3. Have I Run Out
  4. Underneath The Concrete
  5. Now You’re Gone
  6. The Walls are Starting To Crack
  7. I Never Thought To Ask
  8. The Fire Is Waiting


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