The Week That Was

The Week That Was

2008 (Memphis Industries) | alt-pop-rock

Nel diluvio di nuove uscite, con le etichette discografiche che si moltiplicano, MySpace e YouTube che paiono fucine inesauribili, sono sempre più spesso le riviste e le webzine a cercare di fare un po' di luce, scommettendo su nuove band-rivelazione. In Inghilterra, Mojo ci ha provato assegnando la palma di disco del mese all’opera prima di questi The Week That Was.

Ci documentiamo un po’ e scopriamo che il combo nasce dall’intraprendenza di Mister Peter Brewis, colui che in compagnia del fratello David entrò nelle nostre case con la ragione sociale Field Music.
Quasi con ansia ci mettiamo le cuffiette, sperando di sobbalzare sulla sedia come quando ci capitò fra le mani per la prima volta il crescendo iniziale di “Where The Streets Have No Name” o l’assalto di “The Queen Is Dead”.
Ebbene, qui troviamo “Learn To Learn” che è un bel sentire, perfetto per la generazione indie del nuovo millennio, poco più di tre minuti che non fanno perdere tempo fra una news e la formazione da schierare per la prossima giornata del Fantacalcio. Ancora meglio i 2’42’’ della successiva “The Good Life”, ma siamo già a un quarto del disco e solo dopo una ulteriore mezz'oretta scopriremo di aver già ascoltato le portate migliori.
Andando ad approfondire la parte testuale ci rendiamo conto che Mister Brewis ha preso spunto da un intricato racconto di Paul Auster per indagare i rapporti fra essere umano e mondo dei media, quindi una sorta di mini-concept-album che velocemente si ripiega su se stesso con lo scorrere delle tracce.

La leggenda narra che gli otto pezzi furono scritti nel 2007 in una sola settimana, in un periodo nel quale Brewis decise di fare a meno della televisione, periodo che lo portò a riflettere su come e cosa potrebbe essere il mondo odierno senza la presenza dei mass media.
In molti hanno definito il contenuto di questo esordio “pop noir colto”, e in effetti dopo l’arrembaggio iniziale, sonorità più tenui prendono il sopravvento, con il piano spesso a farla da padrone (come nel caso di “It’s All Gone Quiet”), e soluzioni malinconiche che hanno la meglio sulle intuizioni più wave-rock oriented.
I sontuosi arrangiamenti di “The Airport Line” diventano però eccessivi arzigogoli, che raggiungono l’apoteosi nella successiva “Yesterday’s Paper” (qualcuno ha scomodato imbarazzanti paralleli con il prog-rock di Genesis e Yes…): siamo in un thriller di quelli dove l’autore non sa come chiudere il libro e rischia di dilungarsi su aspetti inutili.
E infatti sia con la già citata “Yesterday’s Paper” che con “Come Home” i nostri si incartano un po’ e si fatica a trovare il bandolo della matassa, fino all’arrivo della conclusiva “Scratch The Surface”, dove si torna a respirare un po’ di elettricità (non soltanto in senso puramente chitarristico). 

Un esordio dignitoso, insomma, ma da qui a gridare al miracolo e ad annunciare ai quattro venti il capolavoro non ci passa un mare, ma un oceano intero.

(13/10/2008)

  • Tracklist
  1. Learn To Learn
  2. Good Life
  3. Story Waits For No One
  4. It's All Gone Quiet
  5. The Airport Line
  6. Yesterday's Paper
  7. Come Home
  8. Scratch The Surface
The Week That Was on web


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