Stanno facendo parlare di sé questi due inglesi trapiantati a New York, Petter Ericson Stakee (con sangue anche svedese nelle vene) e Terry Wolfers, che dal 2007 hanno deciso di unire le forze insieme ad altri tre compagni nel progetto Alberta Cross. Dopo due Ep e concerti in giro per il mondo a supporto di nomi anche piuttosto grossi (Oasis, Dave Matthwes Band tra gli altri), gli Alberta Cross sono approdati in questi giorni all’album d’esordio, ben accolto dalla stampa britannica.
La proposta della band si inserisce nella scia del recente successo di pubblico di gruppi come Raconteurs, Kings Of Leon e Black Mountain, all’insegna di un classic rock con solidissime connotazioni roots, sorretto da un potente afflato epico e acceso da frequenti aperture blues psichedeliche con chitarre galoppanti, nelle quali non è difficile cogliere l’ombra dei vari Neil Young, Black Crowes o Allman Brothers del caso. Sebbene la scrittura non sia molto personale e i picchi di brillantezza non siano propriamente né altissimi né, a ben vedere, così numerosi, il disco si lascia ascoltare senza particolari patemi, sfoderando una collezione di numeri un po’ polverosi e induriti di power rock chitarristico molto seventies nell’attitudine, nel complesso (ben) suonato con una vitalità onesta sebbene, a tratti, un po’ troppo guardinga e controllata.
Tra i pezzi che incidono maggiormente, si segnalano il risucchiante vortice psych di “ATX”, il country-blues dylaniano di “Old Man Chicago”, così come i tempi dilatati della lunga e torrida “Rise From The Shadow” o le cadenze quasi doom dell’acida “Brokne Side Of Time”.
Alla fine l’impressione che rimane è quella di un lavoro curato nei suoi dettagli e nella struttura architettonica complessiva, visibilmente carente, però, sotto il profilo del calore e della più brutale fisicità (che pure il gruppo ha dimostrato di possedere e in quantità non trascurabili in ambito live). Non un brutto disco, ad ogni modo.
01/11/2009