Bardo Pond

Peri

2009 (Three Lobed Recordings) | psych-rock

Almeno un disco all’anno ultimamente rilasciato dai Bardo Pond, dato che - con l’eccezione dell’anno 2007, di assoluto silenzio - le pubblicazioni si sono susseguite continue e numerose; ma la verità è, tristemente, un’altra, essendosi per lo più trattato di raccolte, riedizioni, cd-r, selections e self-released (la cosiddetta "Volume series", giunta negli anni già al settimo capitolo!).
Il cambio di etichetta dopo i semi-flop degli ultimi Lp ("Ticket Crystals" nel 2006 ma soprattutto "On The Ellipse" nel 2003, usciti per la londinese ATP Recordings), e il ritorno, specialmente, a una label a stelle&strisce come l’attuale Three Lobed Recordings avevano lasciato sperare in un pronto riscatto dei Bardos, ma il nuovo contratto non ha prodotto finora che tre uscite di "outtakes & rarities" tra il 2004 e l’anno passato, e che fanno quattro con questo recentissimo "Peri".

Il primo lavoro per la Three Lobed, in particolare, era stato "Cypher Documents I", pubblicazione esclusiva su cd di sette Mp3 incisi in studio e precedentemente rilasciati attraverso il sito ufficiale della band nel biennio 1999/2000; ben poca cosa, quindi, eppure – se possibile - appena più pingue della seconda opera, "Adrop", rilasciata nel settembre 2006 e contenente solo un’unica, omonima suite strumentale in tre movimenti, a titolo di contributo dei Bardo a una collezione della Three Lobed, celebrativa dei propri migliori artisti.
Senza nemmeno citare uno scarnissimo split con i "Buck Paco" uscito nel 2005, solo molto fumo ma davvero pochissima carne sul fuoco, quindi, nel primo scorcio di rapporto con la nuova label. Almeno fino all’anno scorso, con l’uscita di "Batholith", nuova raccolta di materiale inedito, ma con un carattere appena più compiuto rispetto ai lavori precedenti. Una produzione mai all'altezza degli autori di "Bufo Alvarius, Amen 29:15" (1995), autentica pietra d’angolo della neo-psichedelia, e del trittico di opere che fece la fortuna della Matador a cavallo dell’inizio del millennio (dall’esemplare "Amanita", uscito nel 1996, a "Lapsed" dell’anno successivo, fino a "Dilate" del 2001). Eppure bastavano appena le tre tracce più lunghe tra le sei incluse in "Batholith" (quella d'apertura "A Tune", poi la flemmatica e dronica "Hypnotists" e la suite finale "Ssh", morbosa nel suo divenire intrecciato tra chitarrismi sulfurei), a ricordare che il funerale dei Bardo era ancora lontano dall’essere celebrato.

Un anno dopo, ecco che da Filadelfia i Bardo Pond tornano sullo scaffale con "Peri", ennesima raccolta di pezzi inediti, ma stavolta con la chiara intenzione di rendere chiaro all’intero panorama musicale psichedelico, divenuto frattanto sempre più popoloso, che da 15 anni almeno il titolo di "padrini" del genere spetta loro di diritto, e che nessuno si sogni di metterlo in discussione.
Volendo fare sul serio, i nostri hanno dunque deciso di ripescare direttamente tra le tracce inedite e dimenticate del quinquennio 1996-2001, la favolosa "epoca Matador", per riuscire a incidere di nuovo, e senza correre il rischio di pasticciare un improbabile minestrone come già successo gli anni scorsi. "Peri" è senz’altro da considerare il seguito diretto di "Batholith", ma qui la scelta dei pezzi appare più indovinata e senza apparenti punti deboli, da presentarsi quasi come un "greatest hits" di sé stessi, sebbene in miniatura.

Si tratta di cinque pezzi dall’umore in ogni caso straniante, sebbene il disco viaggi su due canali distinti, l’uno intriso d’una psichedelia di presa immediata e diretta, ricostruita su una rumorosa e sempiterna muraglia di chitarrismo in feedback, a tal punto da far apparire il risultato prolisso (la traccia d’apertura "Karwan", ma anche la lunga conclusiva "Silver Pavilion", con sovrapposizioni shoegaze che privano d’ogni possibilità di orientamento); l’altro canale, invece, di gusto più propriamente stoner/space, va trascinandosi – va detto, talora banalmente - su un senso di alienamento rallentato, stralunato e ipnotico: più pesante in "Chicken Gun", con Clint Takeda impegnato al basso a intrecciare le armi con la doppiacassa di Ed Farnsworth, fino alla generale catarsi noise finale che travolge quei pochi, sparsi, spasmi flauticistici; più leggero, ma quasi alieno, in "The Path", sotto forma di jam acida con protagonista unica la solita, sempre ineffabile e meravigliosa front-girl Isobel Sollenberger, impegnata a tracciare arabeschi di fumo con la sua voce e con il suo magico flauto.
In mezzo ai distinti contributi dovuti ai due affluenti anzidetti, resta, a centro album, l’ottima sintesi rappresentata da "Libation", dove l'equilibrio tra i vasi comunicanti si ottiene semplicemente presentando, tutto assieme, acuti di dialogo elettrico allacciato tra le chitarre dei Gibbons, la litania pagana proferita a mezza voce dalla Sollenberger e il ritmo sordo del claudicante contesto percussivo.

Nel complesso il risultato di questo "Peri" appare più compatto e quadrato rispetto a "Batholith": sicuramente gioca a favore l’aver ripescato tutte composizioni dell’epoca Matador, momento di accertata "grazia compositiva" dei nostri, ma questo può – in un certo senso - anche essere inteso come una dimostrazione di nuova voglia di riproporsi, prima di tutto senza alcun timore di confrontarsi con il lato migliore di sé stessi. Buoni propositi, perciò, che meritano d’essere sottolineati: ci si attende solo che quest’attenzione a livello produttivo sia seme d’ispirazione, di nuova propensione alla scrittura. Resta, cioè, solo da sperare che dal sottosuolo di Filadelfia ci sia ancora zolfo buono da estrarre e da mandare prontamente in fiamme.

(11/06/2009)

  • Tracklist
  1. Karwan
  2. The Path
  3. Libation
  4. Chicken Gun
  5. Silver Pavilion
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