Dan Mangan

Nice, Nice, Very Nice

2009 (FUM / ABC - Universal) | songwriter, folk-rock

"Oh a whirling dervish and a dancing bear
Or a Ginger Rogers and a Fred Astaire
Or a teenage rocker or the girls in France
Yes, we all are partners in this cosmic dance
Nice, nice, very nice
So many people in the same device
"
(Kurt Vonnegut, "Cat's Cradle")


La capacità di tratteggiare in poche righe e con grande efficacia la danza co(s)mica dell'umanità, lasciando spesso il lettore con un amaro sorriso sulle labbra: un aspetto della scrittura di Kurt Vonnegut, questo, che ha colpito Dan Mangan già da quando a sedici anni ebbe modo di leggere per la prima volta "Cat's Cradle", uno dei romanzi più celebri dello scrittore statunitense, e che si ritrova oggi anche nei testi del ventiseienne songwriter di Vancouver.
Alla prova del suo secondo album, con "Nice, Nice, Very Nice" Mangan dimostra di non essere solo uno dei tanti emuli di Damien Rice. La sua voce ombrosa acquista profondità e spessore, le sue melodie venate di romanticismo si increspano di nuovi accenti, i suoi versi si colorano di palpitanti immagini: tutto ciò che è lecito aspettarsi, insomma, da un disco che sin dal titolo decide di rendere omaggio alla penna visionaria di Vonnegut.

In costante bilico tra indie-rock e folk, "Nice, Nice Very Nice" è caratterizzato da un generoso arcobaleno di suoni, che a dispetto dell'eterogenea distribuzione nei brani conferisce un forte senso di coesione e una grande robustezza d'insieme, merito probabilmente anche della sapiente produzione di John Critchley (Elliot Brood, Hidden Cameras).
L'ultima fatica di Mangan si rivela essere un lavoro più corposo rispetto al precedente "Postcards And Daydreaming", un album songwriter-oriented col quale "Nice, Nice, Very Nice" condivide ancora forse solo l'ispirazione a sonorità profondamente radicate nella tradizione folk-rock statunitense. Gli arrangiamenti stavolta risultano più ricchi e rifiniti, fornendo come una sensazione di "tridimensionalità sonora", ma soprattutto Mangan dà qui prova di una scrittura più personale e variegata, liberandosi dal legame semi-esclusivo al formato ballata ed estendendo notevolmente gli ambiti musicali dai quali attingere. Attraverso accorgimenti stilistici originali e scelte melodiche non sempre convenzionali, inoltre, il cantautore canadese riesce a scrollare via la polvere dagli stilemi classici di cui si avvale, facendoli risplendere in una rinnovata freschezza.

Questo "passaggio di consegne" tra vecchio e nuovo album era stato in realtà anticipato dall'Ep "Roboteering", dove facevano mostra di sé ben tre dei brani contenuti in "Nice, Nice, Very Nice": impossibile dunque non accorgersi già da allora del trionfalismo dei fiati nelle battute conclusive di "Robots", non lasciarsi travolgere dalla rincorsa di chitarre, banjo e bassi in "Sold", o ancora restare indifferenti di fronte alla raffinata delicatezza di "The Indie Queens Are Waiting", dove ai sussurri di Mangan si alterna l'incantevole cinguettio di Veda Hille.
L'album si avvale di numerose collaborazioni con artisti di spicco della scena canadese, tra i quali oltre alla Hille vanno senz'altro menzionati da una parte Justin Rutledge, con cui Mangan divide la scena nella bellissima dedica a Vancouver "Tina's Glorious Comeback", e dall'altra Mark Berube, la cui voce accompagna quella di Mangan nella rocambolesca "Some People", oltre che in "Sold".

Bastano pochi versi, a Mangan, per tratteggiare in "You Silly Git" un'autoironica caricatura di sé stesso nei panni dello stereotipo del songwriter: "I can hear the eyebrows raise when I start singing/ ‘Cause the songs I sing are all about myself/ You can read me like a book/ I'm not as clever as I look". Ma "Nice, Nice, Very Nice" riesce a sottrarsi alla trappola dei luoghi comuni, addentrandosi lungo strade in cui musica e parole ritrovano tutta la loro forza espressiva.
Il crescendo di "Fair Verona" accompagna la fuga di Romeo e Giulietta nel chiarore diafano di una notte in cui il cuore sembra davvero avere a che vedere con le stelle: "We can cut and paste the stars to our hearts/ And understand their language". La vita stessa, in "Basket", sembra assumere la forma di un puzzle al cui centro manca sempre qualche pezzo perduto ("I don't wanna be/ Just a wasted puzzle piece").

È "Robots", però, la canzone-simbolo dell'album, perfetto inno alla miseria e alla nobiltà delle nostre esistenze artificiali: quando il suo incedere fremente si innalza in un turbine di battimani, fiati e voci, diventa praticamente impossibile non unirsi al coro: "Robots need love too/ They want to be loved by you".
In fondo, ha ragione Dan Mangan: siamo tutti robot. Dentro la vita come automi. E a salvarci sono solo quei momenti in cui il nostro cuore androide riesce ancora a sanguinare.

(12/11/2009)

  • Tracklist
  1. Road Regrets
  2. Robots
  3. The Indie Queens Are Waiting   
  4. Sold
  5. Fair Verona
  6. You Silly Git
  7. Tina's Glorious Comeback
  8. Et Les Mots Croisés
  9. Some People
  10. Pine For Cedars
  11. Basket
  12. Set The Sails
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