Ninni Morgia Control Unit

Ninni Morgia Control Unit

2009 (Ultramarine) | psichedelia jazz

La stagione del free-jazz esoterico e rituale, che guardava quasi più all'Asia che all'Africa, quello dell'ultimo John Coltrane e dell'allievo Pharoah Sanders, del Sun Ra più spirituale e di irregolari come Sonny Sharrock, Alice Coltrane, Burton Greene e tanti altri pareva chiusa da tempo. Dimenticata per decenni, questa particolarissima scuola di improvvisatori che dribblava ogni facile ammiccamento etno-world, che fosse arida filologia o forzosa riconduzione all'interno di solide grammatiche pop, aveva vissuto qualche nuovo sussulto negli anni 00 della New Weird America e del ripescaggio coatto di tutto ciò che potesse dirsi stramba materia folk.

Il sassofonista Daniel Carter fu uno dei tanti protagonisti dimenticati e sfortunati (per occasioni mancate e reticenza dei produttori) dell'ultima stagione del free-jazz e come altri (vedi Arthur Doyle, recuperato una prima volta in epoca no-wave, o Charles Gayle che vide uno studio di registrazione solo a fine decennio 80) negli anni bollenti della new thing registrò pochissimo, giusto un paio di comparsate in album di Gunther Hampel e Bob Moses, e siamo già nei 70. Come i vecchi bluesman, Carter è come non fosse mai stato giovane, e meno male che nei 90 l'hanno voluto con loro William Parker e Matthew Shipp. Così il suo nome ha ricominciato a circolare e negli anni 00, oltre a rientrare a pieno titolo nel giro dell'improvvisata che conta, ha flirtato con l'indie-rock e il weird-folk, impreziosendo dischi di Yo La Tengo e Soul-Junk e contribuendo a un intero album di Wooden Wand & the Vanishing Voice ("Gipsy Freedom").

Oggi, grazie all'interessamento del "nostro" Ninni Morgia (The Right Moves, ex White Tornado e La Otracina), Carter ha finalmente potuto realizzare un disco che, pur giustamente co-intestato a tutti e a Morgia in particolare, segna lo stato dell'arte del free-jazz rituale facendone un genere definitivamente moderno, senza rinunciare alle sue caratteristiche di base.

La Ninni Morgia Control Unit affianca alla chitarra (ma anche basso, sitar e kalimba) del leader catanese e ai fiati di Carter (tutti: sax, tromba, clarinetto flauto e anche la voce) le percussioni di Jeff Arnal e centra il bersaglio di una musica evocativa, lievemente fumosa come vuole il genere, ma perfettamente lucida e soprattutto "leggera" come aria fresca profumata d'incensi. Abbondano i saliscendi dinamici ed emotivi, eppure e il disco si mantiene privo di baricentro, ogni momento potrebbe essere inizio o fine di un discorso più ampio, e la sua forza sta in una leggiadria che è tutto fuorché priva di consistenza. Un volatile turbinio di sottili tele elettriche, esorcismi arabescati a firma Morgia, sottende l'oleoso fluire dei suoni, con Armal sempre presente in punta di penna e Carter che libra melodie avvolgenti in una libertà ultraterrena, talmente a suo agio nello spazio da farla sembrare la cosa più facile del mondo.

I tre suonano, insomma, con consumata disinvoltura. E il disco non ha spigoli né tratti ostici, pur essendo la materia ribollente e senza appigli, psichedelia dell'anima e senza intermediari. E dunque a poco varrà sottolineare le mirabili gommosità elettriche di "Foreign Visitors", le spericolate traiettorie sotterranee col wah-wah di "Arriving At A Statement", le sospensioni emotive tradotte in spirali speziate di "Nothingness" o il lento e oscuro gorgogliare di "Crystal Clear", fino alle soavi ascensioni spaziali di "Misty Space", forse davvero il finale migliore per un disco che solo per via dell'imperfezione tecnologica non va avanti all'infinito.

(25/01/2010)

  • Tracklist

A1   Foreign Visitors

A2   Red Sections

A3   Dhyana

B1   Arriving At A Statement

B2   Lush Jungle

C1   Nothingness

C2   Maisha

D1   Crystal Clear

D2   Ananda

D3   Misty Space

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