"Simple Things" nel 2001 li aveva lanciati come una delle più importanti realtà dell'allora scena chill-out. Se nel debutto l'amalgama plasmato da Sam Hardakerr e Henry Binns aveva il suo perché, risultando tutt'altro che malvagio, le fatiche successive hanno invece dimostrato come quell'esordio altro non fosse che un fuoco di paglia.
Accostati troppo frettolosamente agli Air, con la pubblicazione di "Yeah Ghost", gli Zero 7 collocano una pietra tombale sulla loro esperienza artistica, almeno a livello qualitativo. Tentando di ammiccare al pop sofisticato di Feist, agli Air krauti del secondo album, al synth-pop di 30 anni fa, il duo londinese sagoma una creatura indefinita, senza un minimo di rigor logico. Per descriverlo in due parole: brutto e inconcludente, a voler essere buoni.
22/09/2009