Il proposito di progressivo arricchimento è del tutto evidente, in questa nuova uscita della band scozzese, già nel mirino degli addetti ai lavori dopo l’interessante “The Midnight Organ Fight”, di due anni fa. Registrato facendo la spola tra i fiordi scozzesi (centrale il tema “nautico”, a partire dal singolo “Swin Until You Can’t See Land”) e il Connecticut di Peter Katis (produttore di Interpol, National e Fanfarlo), “The Winter Of Mixed Drinks” (giovanilista e “collegiale” già nel titolo) assorbe le atmosfere di urbanità new new wave di quest’ultimo, senza rinunciare all’esuberanza americaneggiante della band.
Allo stesso tempo, questa tendenza alla sovrapposizione, all’amplificazione emotiva avvicina i Frightened Rabbit all’enfasi di certa scena canadese, mentre i Nostri si erano sempre distinti per un riferimento a un certo pop-rock radiofonico a stelle e strisce (riemergente qua e là, nel tessuto del disco). In quest’ultimo disco, in effetti, il cantato di Hutchison rappresenta un incrocio tra l’emotività, appunto, di un Adam Duritz (Counting Crows) e la rotta concitazione di un Krug (Sunset Rubdown) o di un Boeckner (Wolf Parade). In particolare, in certi frangenti pare rivedere le intro insistite di “Dragonslayer” (“The Loneliness And The Scream”, l’iniziale “Things”).
Nel primo caso, improvvisamente, la band scozzese scopre la maschera, producendosi in un tonante flusso di coscienza che si conclude in un tambureggiare corale, attingendo a quel sentimento di apertura e condivisione che pare andar per la maggiore, in questo periodo, in particolare nel Regno Unito. Nel finale “stadium-pop”, che riappare anche in altre tracce (“Skip The Youth” ad esempio), riecheggiano le cavalcate dei Mumford And Sons e degli ultimi Noah And the Whale.
“The Winter Of Mixed Drinks” rinuncia, mantenendo questo registro un po’ anabolizzato, a cercare obliquità d’espressione, chiaroscuri che probabilmente gioverebbero alla scorrevolezza del disco. Il rovescio della medaglia della produzione di Katis si fa sentire proprio in questo, come si era verificato in “Reservoir” dei Fanfarlo, a volte si assiste a un appesantimento forzato e forse evitabile nell’economia di un disco.
Ciononostante, se consumato con parsimonia, questo album riserva diversi momenti di ispirazione; non già nella ballatona à-la Snow Patrol di “Living In Colour”, quanto in certi intrecci strumentali di buon respiro (“Foot Shooter”, “Yes I Would”). Pare, in quei momenti, che i Frightened Rabbit abbiano davvero messo tutto ciò che avevano da dare nella composizione e nella realizzazione di “The Winter Of Mixed Drinks”. Il che non è da sottovalutare.
04/03/2010