Nonostante avessero già mostrato segni di ricongiungimento circa quattro anni fa, preannunciando in cavalcata solitaria l’immediato ritorno - “Sunny Moon” fu il disco solista della focosa McKee, mentre il buon Eugene seguì l’esempio pochi mesi dopo dando vita all’ottimo “Man Alive” - il destino dei due scozzesi è sempre rimasto lì, inciso con forza e vigore nel marchio forgiato all’unisono due decadi addietro, diffuso al mondo dalla Sub Pop il primo maggio del 1992 con la raccolta “The Way Of The Vaselines”.
Di certo, la stragrande maggioranza delle persone avrà sentito nominare i due in merito alle ripetute e ammirevoli dichiarazioni d’amore viscerale palesate da sua santità Kurt Cobain. Più o meno tutti avranno ascoltato almeno una volta nella vita “Molly's Lips”, “Son Of A Gun”, o la versione unplugged di “Jesus Don't Want Me For A Sunbeam”. Inutile dire che l’indomabile leader dei Nirvana c’aveva preso, eccome.
Bene. Fatte le dovute precisazioni storiche, ciò che realmente conta adesso non è tanto chiedersi cosa avessero ancora da proporre due musicisti rimasti in sordina così a lungo, figli di un’altra epoca e progenitori di uno stile a sua volta abusato, morto e sepolto (?); bensì, è più che doveroso addentrarsi esclusivamente nelle bombette contenute in questo disco, tutte difficilmente schiodabili dal cervello una volta giunte ai due timpani. Perché i Vaselines sono tornati con la consapevolezza di chi ha tutte le carte in regola per stupire, al di là dei tempi, delle mode, delle tendenze e dei vari hype. Maturati nell’ombra di una vita vissuta distante anni luce da qualsiasi riflettore, con “Sex With An X” sono riusciti a “perfezionare” gli impulsi della giovinezza, conciliando la consueta spensieratezza sixties con l’amarezza generazionale mai debellata del tutto dalle loro coscienze. In questa seconda fase della loro carriera, i due scozzesi hanno dato retta all’istinto punk assecondando la ragione pop senza mai "toppare" una melodia, consolidando così anche la struttura armonica. Stevie Jackson e Bob Kildea (Belle & Sebastian), uniti a Michael McGaughrin (1990s) alla batteria, hanno poi contribuito a rafforzare l’ossatura del suono, reso meno opaco e più corposo/solido nelle dovute ripartizioni (vedi l’incipit di “Ruined”).
E così, è una piccola grande goduria trovarsi dinanzi alla spensieratezza della title-track, con la McKee in eco trasognata a uno sbarazzino Kelly.
Nel disco abbondano andazzi rock talvolta più polverosi, da band sconsacrata di qualche contea del nord quali sono, come traspare sia nella gloriosa “Turning It On”, sia nell’andatura più sopita di “The Devil’s Inside Me”. Mentre "Poison Pen” o una “It Wasn’t All Duran Duran” potrebbero diventare delle potenziali hit (?), essendo entrambe dotate di una melodia appiccicosa e mai invadente. Nell'ultima, i due piccionicini rivendicano (seppur goliardicamente) l’appartenenza generazionale a un circuito tutt’altro che mainstream, gigioneggiando mediante una mordace marcetta. Nel finale, “My God's Bigger Than Your God” sembra uscita da un disco degli X, prima che “Exit The Vaselines” ritratti a suo modo con le delusioni di un passato paradossalmente irriguardoso.
Bentornati, maestrini dell’indie-rock.
(23/09/2010)