Amanda Palmer

Amanda Palmer Goes Down Under

2011 (Liberator Music) | punk cabaret

Per chi non lo sapesse, se alzo lo sguardo dal monitor i miei occhi incontrano uno specchio.
Ascoltando il nuovo disco di Amanda Fucking Palmer (che da un po' certo non sforna "fatiche") è successo che, alzando lo sguardo, ho scorto la stessa aria interrogativa di quando sono andata sul sito di Vincent Gallo e ho scoperto che vendeva il suo tostapane vecchio. Avevo l'espressione da: "Ma perché, anziché buttare via il tempo per decorare un tostapane vecchio (e magari non funzionante) e metterlo all'asta su internet, non apri una pagina Word e inizi a scrivere una nuova sceneggiatura, possibilmente decente?".

Parzialmente registrato durante una tournée in Oceania, "Amanda Palmer Goes Down Under" si presenta come una raccolta composta da brani catturati dal vivo, intervallati da tracce registrate in studio che spezzano la concentrazione dell'ascoltatore.
Abbiamo tra le mani un disco scialbo e poco sentito, con il quale la nostra ospite prende le distanze dall'essere un'interprete, reinventandosi come intrattenitrice.

Sola sul palco a intrattenere un pubblico divertito, Amanda si accompagna più che egregiamente con l'ukulele e il pianoforte, ma sono le basi (cioè delle belle canzoni) a mancare.
Tematiche frivole su motivetti insipidi ("New Zeland"), brani poco coinvolgenti ("Vegemite The Black Death") e altri addirittura fastidiosi ("Map Of Tasmania") fanno di "Amanda Palmer Goes Down Under" un album che difficilmente vi verrà voglia di ascoltare una terza volta.
Se comunque ci sono brani non poi così male ("Doctor Oz" probabilmente è l'unico), è la sua versione di "The Ship Song" ad affossare completamente ogni buona intenzione.

È ormai chiaro che la Regina del punk-cabaret senta il bisogno di pubblicare dischi in continuazione (in nove mesi sono usciti gli Evelyn Evelyn, un disco di cover dei brani dei Radiohead suonati con l'ukulele e ora questo nuovo album) e i motivi, i suoi, saranno sempre i soliti (essere costantemente in tour -> guadagnarsi la pagnotta), ma i motivi, i nostri, per seguirla in ogni sua superflua produzione proprio mi sfuggono.

Quello che emerge quindi è che la Palmer abbia in qualche modo bisogno di tener lontane le emozioni profonde che con i Dresden Dolls le viene dolorosamente spontaneo affrontare (illuminante questo articolo che suo marito Neil Gaiman, ebbene sì, ha scritto e pubblicato qui).
Non do i Dresden Dolls per spacciati, ma ammetto che, dopo quell'articolo, non sto qui ad aspettarli. Intanto rimango in attesa di qualcosa di valido da Amanda Fucking Palmer. Qualcosa di valido che in questo disco manca totalmente.

(09/02/2011)

  • Tracklist
  1. Makin' Whoopie
  2. Australia
  3. Vegemite (The Black Death)
  4. Map Of Tasmania
  5. In My Mind
  6. Bad Wine And Lemon Cake
  7. New Zeland
  8. On An Unknown Beach
  9. We're Happy Little Vegemites
  10. Doctor Oz
  11. Fromidable Marinade
  12. The Ship Song
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