Vorresti scriverne con sufficienza ma non riesci. E vorresti perché tra un paio di mesi, osservandoli in prospettiva, persi nel marasma di uscite discografiche, nessuno più si ricorderà dei Cashier No. 9. Troppo di maniera la loro proposta. Poi però succede che ti limiti al qui e ora, fregandotene del futuro, e abbandonandoti a “Lost At Sea”, squisitezza poppy à la Lee Hazlewood, pure la giornata peggiore pare sorriderti.
Ne centrano tante di melodie, questi giovani irlandesi di stanza a Belfast, che supportati da un background fatto di Byrds, Beach Boys, Stone Roses, Pavement, CSN e Flaming Lips incidono un disco brioso e delicato, in linea col mood Bella Union. A essere zelanti, però, tocca annotare come i nomi di cui sopra – presi di peso dalla cartella stampa – manchino di un referente oltre misura palese per eluderlo. Bastano infatti i primi secondi della traccia iniziale, “Goldstar”, per riconoscere come quelle chitarre ariose, i cori, le tastiere e la voce siano frutto di novelli Mercury Rev. Quindi parliamo di un pop minuziosamente arrangiato e fatto di psichedelia ora lisergica (“Good Human”) ora onirica (“6% LG”), puntate dalle parti di Brian Wilson (l’irresistibile refrain di “Flick Of The Wrist”) e momenti di puro West Coast (una “The Lighthouse Will Lead You Out” sospesa tra CSN e Doobie Brothers) intaccabili per feeling e sincerità. Cioè, sono credibili.
Da ridire non c’è assolutamente nulla, e nel complesso, fatto salvo i perdonabili momenti di stanca (tipo l’anonima “Make You Feel Better”), ai Cashier No. 9 e al loro entourage (ai comandi siede David Holmes) toccano i più sentiti complimenti.
Chissà, magari verranno ricordati da molti, tanto da ritrovarceli nelle playlist di fine anno. Sarebbe una gradevole smentita. Per ora, e diciamo a voi, qualora li ascoltasse rammentate almeno di chi ve ne ha parlato.
23/08/2011