Maurice De Jong non ha più bisogno di presentazioni. Lui è semplicemente una delle menti più creative partorite, negli ultimi anni, dall’immenso calderone “rock”. Sotto le spoglie di Gnaw Their Tongues, giusto un anno fa, rilasciava il suo personale capolavoro, giungendo al culmine di una personalissima ricerca sonora.
Con “Per Flagellum Sanguemque, Tenebras Veneramus”, il suo carniere si arricchisce dell’ennesima, claustrofobica opera iper-stratificata. La mostra delle atrocità ha, ormai, le parvenze di un perfido e cacofonico rituale, conteso tra un sinfonismo dissestato e la polifonica proliferazione di “scarti” post-industriali, metallico-rumoristi e classicheggianti. Ancora più oscuro e soffocante dei suoi predecessori, questo nuovo parto dell’artista olandese mostra, a livello di partiture, una densità media sempre spaventosa, tale da respingere ogni superficiale tentativo di analisi, basato, magari, su ascolti distratti o, peggio ancora, minati da un carico non indifferente di pregiudizi.
Di certo, De Jong lavora sulla sua formula sonora senza preoccuparsi troppo di aumentare la cerchia dei suoi accoliti, consapevole del fatto che una musica del genere, tanto difficile quanto innovativa, resterà sempre roba per pochi adepti. Eppure, proprio in questo ennesimo “culto”, va consumandosi una delle grandi rivoluzioni della ormai poliedrica e sempre vitalissima scena “metal“.
Così, tra strappi laceranti, rimbombi infernali, baratri spirituali che, fulminei, si spalancano per risucchiare e risputare il suono, “Hic Est Enim Calix Sanguinis Mei” ritira su il sipario, mostrandoci un artista alle prese con i suoi demoni, le sue paure e le sue depravazioni. Ecco, appunto: depravazioni, perché raramente un suono è stato così dissoluto e voglioso di deformità, così perverso nel rigirare il coltello nelle ferite sanguinanti di un corpo sonoro in perenne mutazione.
“Human Skin For The Messengers Robe” (una carrellata angosciosa di pianoforti dissonanti, violini stridenti e tetre maree di ottoni magniloquenti) rinsalda i legami sempre più evidenti con le partiture classiche novecentesche, mostrando, di rimando, un lavorio formale sempre più certosino. L’azzanno alla gola di “Urine Soaked Neophytes” è degna dei momenti più oltraggiosi di “L’arrivée de la terne mort triomphante”, precipitando dentro cataclismi Nachtmystium altezza “The Antichrist Messiah” e rievocando il free-form grandinante di “Rend Each Other Like Wild Beasts, Till Earth Shall Reek With Midnight Massacre”. In “Tod, Wo Ist Dein Licht”, invece, l’enfasi wagneriana si risolve in una coda struggente di archi che, idealmente, taglia in due l’opera.
Si ricomincia, dunque, da lontano, da lande gelide e terribili, con la muraglia di violini, le scariche elettrostatiche e le voci orrendamente filtrate di una “Fallen Deities Bathing In Gall” incredibilmente convulsa e distruttiva. Creature raccapriccianti abitano, invece, i meandri di “Bonedust On Dead Genitals”, incastonata tra clangori industriali, ridde di cori celestiali e turpi vocalizzi, mentre “The Storming Heavens As A Father To All Broken Bodies” accentua con violenza le dinamiche interne.
Nella conclusiva title track, infine, mentre una voce femminile recita alcuni passi di “The Quiet House”, poema sulla morte di Charlotte Mew, le anime dei dannati attraversano il fiume infernale, nel ricordo della loro “cieca vita”:
“To-night I heard a bell again –
Outside it was the same mist of fine rain, (…)
I think it is myself I go there to meet:
I do not care; some day I shall not think; I shall not be!”
01/12/2011