Non so se avete presente quei pittori che dipingono quadri con lo scopo di riuscire a imprimere sulla tela la realtà nella sua resa più fedele e autentica. Una realtà che è dipinta ma che pare fotografata. Ma come si fa a fotografare il turbine, la nebbia, l'oscurità? E a rendere l'indefinibile definibile e l'immagine suono?
A girare per prati e boschi, nella penombra più fosca, non si riuscirebbe a scorgere via che conduca verso un qualcosa di sicuro, verso una luce che penetra tra le fronde, ma che appare opaca e lontana, figlia di un calore perso nelle trame che il vento disegna. Il fluire della vita in una foresta nera, in un tempo che tempo non è, ma che si perde in se stesso, in un luogo in cui non ci sono bagliori di sorta, solo ombre lunghissime che si stagliano sui robusti tronchi di lecci e faggi segnati dagli anni.
Le casupole in pietra là, isolate nelle valli, non paiono essere abitate, e la litania arcana di una sacerdotessa che riecheggia e che arriva a noi straziata e sognante, rallentata nella sua forza propulsiva. Liz è il suo nome, nell'Oregon dalle mille stagioni è nata. Le lezioni neozelandesi attraversano l'oceano e creano paesaggi colmi di buio.
Le trame gotiche che stendono le loro scie su drone opachi e lunghissimi, la lezione dei Lycia setacciata con cura e immersa in un liquido amniotico. L'ambient-folk pastorale e rurale che incrocia la sua onda d'urto con rimandi al dream-pop più scuro e statico.
Due dischi paralleli e concettualmente legati in un blocco monolitico, nel quale i brani si compenetrano gli uni negli altri secondo una continuità intrisa di tepori ora harsh – seppur in una vena del tutto particolare – ora immersi in uno sfondo lunare.
Non resta che fermarci, coprirci le spalle e ascoltare il canto desolato di una sacerdotessa che invoca la discesa del buio sulla terra. Senza nemmeno il tempo di accorgercene, già abbiamo esalato l'ultimo respiro.
25/04/2011
La sperimentatrice di Portland, ora sulle orme di Jessica Bailiff
Continuano le ruminazioni droniche di Liz Harris, con la Kranky
Nuovo capitolo per il progetto principale di Liz Harris, stavolta in veste piano-voce
Liz Harris prosegue lungo il crinale di un suono fragilissimo e carico di malinconia
L'intenso breviario ambient-folk del progetto più intimo dell'artista americana Liz Harris
Un elogio funebre, un diario in cui l’autore mette a nudo sentimenti tanto personali quanto universali
Una dolorosa rinascita creativa e umana per il musicista americano
Un album suggestivo e nostalgico, onirico e cinematografico, che sorprende e rapisce nelle sue morgane
I fratelli D'Addario giocano a carte scoperte
Un cremoso, sensualissimo abbraccio dal profeta dell'afropiano
Ancora un gran debutto dal Cile, questa volta in bilico tra Arcade Fire e confessioni C86
L’istintivo ritorno della premiata ditta Carney-Auerbach con dieci reinterpretazioni di classici blues e r'n'b
L’età adulta si fa suono e parola nel quarto capitolo della band culto del midwest