Cass McCombs

Wit's End

2011 (Domino) | chamber-folk, songwriter

E dopo le catacombe, la fine dell'ingegno. Non è certo da uno come Cass McCombs che ci si aspetterebbe un pensiero positivo, un messaggio beneaugurante, una nota dalla quale possa trasparire un sorriso, un accenno di gioia. O almeno questa è la deriva umorale e stilistica da lui intrapresa quattro anni addietro con il suo terzo album "Dropping The Writ". Quel disco segnò un profondo cambiamento nella scrittura di Cass, da uno stile quasi sperimentale, vicino a territori alternative-folk, tra psichedelia e ballate elettroacustiche, a un mood segnato da un maggiore intimismo, tra romanticismo e amare riflessioni esistenziali.

Ciò che mancava nel precedente "Catacombs" (e purtroppo anche in quest'ultimo disco) è la capacità di coinvolgere totalmente l'ascoltatore, e dal punto di vista musicale e, soprattutto, emotivo. Apprezzabile è il coraggio di andare avanti per la propria strada, alla maniera di un eremita solitario, quasi estraniato dal tempo, che coltiva imperterrito quel genuino gusto per un classicismo decadente, intriso di spleen e spiritualismo a tinte fosche. Tuttavia, tolti alcuni episodi, talmente belli da dare adito a profondi rimpianti, i suoi ultimi lavori risultano fin troppo caratterizzati da canzoni eccessivamente lineari, timide, quasi sonnolente e catatoniche.

Il suo minimalismo colmo di malinconia e introversione convince e senz'altro emoziona in "County Line", delicatissima perla melodica tra impressionismo chamber-pop ed echi beatlesiani; culla senza però rassicurare in "The Lonely Doll", dolce ma fin troppo cantilenante ninnananna di ispirazione coheniana. "Buried Alive" rappresenta il Cass più fatalista e tormentato, ma anche quello più ripetitivo e chiuso in se stesso, finendo per annoiare con quel suo girare a vuoto entro un ristretto, reiterato e quasi inavvicinabile schema di accordi. L'afflato cameristico e melodrammatico della successiva "Saturday Song" conferma l'impressione di una certa irresolutezza, benché non priva di fascino ed eleganza. Bellissimo e di rara intensità invece il valzer di "Memory Stain", anch'esso verboso e dilatato, ma ammaliante nel suo fluttuante richiamo ad atmosfere languide, incantate, introdotte da un pianoforte notturno e sincopato e accompagnate mestamente verso l'oblio da un sassofono ricco di inquiete suggestioni. Desolazione e arrangiamenti scarni, quasi accennati o sussurrati, animano lo slow-core dimesso e mistico di "Hermit's Cave". Le fascinazioni gotiche e fiabesche non troppo distanti da certo prog-canterburiano scandiscono, infine, gli indolenti rintocchi della lunga e ridondante filastrocca di "A Knock Upon the Door".

L'ingegno di McCombs non si è affatto esaurito, ma i suoi sono bagliori discontinui, offuscati da velleità formali e lungaggini spesso tediose. In diversi punti, tuttavia, le sue canzoni riescono ad aprire breccie emotive, in modo discreto e sempre gentile, premiando la perseveranza di chi ascolta pazientemente.

(20/05/2011)

  • Tracklist
  1. County Line 
  2. The Lonely Doll
  3. Buried Alive
  4. Saturday Song
  5. Memory's Stain
  6. Hermit's Cave
  7. Pleasant Shadow Song
  8. A Knock Upon The Door
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