Quando John Peel lo definì uno dei migliori talenti in circolazione, Cass McCombs aveva inciso un solo album (l’esordio “A”). Purtroppo il giornalista e conduttore radiofonico inglese non ebbe il tempo di apprezzarne in pieno le capacità di autore e arrangiatore: il fantasioso mix di malinconico cantautorato,
new wave e oscura psichedelia intitolato “PREfection” vide infatti la luce nel 2005, ovvero un anno dopo la scomparsa della storica voce della Bbc.
Studioso di storia, filosofia, religione e politica, il musicista di Baltimore ha tenuto fede alle premesse grazie a un costante livello qualitativo della sua opera, anche se, fino ad ora, non è riuscito a mettere in piedi una rappresentazione musicale all’altezza del suo genio creativo. Album più di maniera come “
Wit’s End” e “
Catacombs” si sono fatti dimenticare in fretta, prima che il più ambizioso e temerario “
Big Wheel And Others” inaugurasse una stagione creativa più intensa.
Con l’album “Mangy Love”, e un cambio di scuderia discografica, la prospettiva stilistica si è ulteriormente definita: il folk-rock mutante del musicista americano si è tinto di psichedelia alla
Grateful Dead, mentre la scrittura si è avvicinata alle migliori intuizioni di James Taylor o
Paul Simon.
“Tip Of The Sphere” è un progetto che ostenta sicurezza e audacia. Cass McCombs non rinuncia al profilo di cantautore indie alla
Elliott Smith, ma il target di riferimento è leggermene più classico, ed è infatti il fantasma del blues filtrato attraverso la sensibilità del country (insomma un po’
Bob Dylan, un po’
Neil Young) il
leit-motiv di queste undici nuove canzoni.
Come spesso accade, ci sono piccoli elementi nella scrittura e negli arrangiamenti che fanno la differenza. La perfetta interazione tra la chitarra di McCombs e il basso di Dan Horne è senza dubbio il più evidente, e lo è già dalle prime note dell’incalzante
groove che anima i sette minuti e mezzo della psichedelica
ballad “I Followed The River South To What”, autentico manifesto del nuovo
status artistico del cantautore.
Quello che stupisce è il delizioso equilibrio tra comunicatività e complessità, facilmente palpabile nell’esternazione pop più vigorosa, alla
Atlanta Rhythm Section-meets-Steve Miller Band, di “The Great Pixley Train Robbery“, e nel sentito omaggio all’artista messicano Juan Gabriel (“Estrella”) che introduce piacevoli assonanze con il
David Crosby di “
If I Could Only Remember My Name”, prima di flirtare con deliziose trame folk-jazz in “Absentee”. Altre tentazioni quasi-pop fanno il verso all’Inghilterra del
britpop (“Sleeping Volcanoes”), ai
riff e alle allucinazioni urbane di
Lou Reed (“Sidewalk Bop After Suicide”) o al fascino obliquo dell’alternative country (“Prayer For Another Day”).
“Tip Of The Sphere” è un album nel quale tutto ciò che sembra ovvio e prevedibile suona invece vibrante e nuovo, grazie a un’abile mistura di rispetto e smitizzazione della tradizione musicale americana, che proprio nelle esternazioni più morbide e flessuose cela paure e angosce.
Non è un caso che il flusso di emozioni più potenti si nasconda dietro l’apparente calma di “Tying Up Loose Ends”, quasi una moderna “
Moondance” cesellata da un eccellente assolo di chitarra e dal suono lontano di un’armonica. Una folgorazione sonora che si ripete subito dopo nei dieci minuti abbondanti di “Rounder”, una canzone basata su un
groove agevole e un incedere armonico lineare che la perizia dei musicisti trasforma in una deliziosa
jam-session (tra
Grateful Dead e
Dire Straits).
Nelle restanti tracce McCombs procede sempre con passo sicuro e con costante ispirazione, intingendo la malinconica “Real Life” in un mare di morbide tablas, o contaminando i contrappunti lessicali e musicali di “American Canyon Sutra” con algide interferenze elettroniche che sembrano provenire dal simulacro di “
Blackstar”, suggellando con intelligenza e personalità l’album destinato a consacrane definitivamente il talento.