RITI OCCULTI - Riti Occulti

2012 (Epidemie)
post-doom

Il suono della Notte, sintetizzando. A volte ci si trova davanti a gruppi che sbucano fuori quasi dal nulla, ma dimostrano di possedere un potenziale decisamente rilevante. Prendete senza remore a titolo d’esempio i cinque ragazzi che formano i Riti Occulti, capaci di padroneggiare la materia metallica mortifera nel migliore dei modi possibili: ossia mischiando le carte. Il loro approccio è decisamente doom metal canonico, d’altronde anche lo stesso nome scelto lo lascia facilmente presagire, però è bene chiarire come la band sia stata in grado di sviluppare un discorso assolutamente personale e autonomo (per scrittura e registrazione) senza trascurare nessuna delle proprie ipotizzabili influenze.

Il paragone istintivo che ci verrebbe da fare (per varietà psicotica del sound) potrebbe essere quello con gli avantgarde-doomer norvegesi Atrox, ma il discorso non è affatto così “semplice”. Le linee vocali dei Riti Occulti sono evidenziate soprattutto dalla cantante Serena Mastracco, impressionante per le prestazioni di stampo screamo, prevalenti su quelle pulite di un’altra ragazza, Elisabetta Marchetti, e rese ancora più sinistre da un songwriting che definire criptico è restrittivo. Attenzione però, si potrebbe fraintendere. Qualcuno potrebbe ora credere che il tutto si limiti alla solita variatio su doppio stile vocale come ne esistono già mille in Italia – dai Lacuna Coil in poi, per capirci. Sbagliato. In primo luogo perché le parti di Serena hanno una varietà espressiva che ricorda ora il carisma dei metal-core Walls Of Jericho ora il crossover maledetto dei newyorkesi Crisis, secondo poi perché la formazione non disdegna affatto una strumentazione ampiamente “allargata”.

Appaiono così bouzouki e sitar ad aumentarne il senso rituale (imprescindibile in “Desert Of Soul”) già scandito dal basso e dalla batteria, ci sono poi persino scacciafantasmi e flauti pan, oltre a sintetizzatori ed effetti vari. Il suono che ne trasuda è quindi quello dell’Inghilterra dei Black Sabbath rapportata alla bruma della Norvegia e alla letteratura esoterica d’ancestrale memoria. Tutto il caliginoso fascino della Morte, delle atmosfere dark (come aggettivo e non variante à-l’italiana del gothic), vengono declinate in un suono pastoso che crediamo non dispiacerà neanche agli estimatori della Neurot Recordings o della Southern Lord. Ma non è tutto pianto e piano, fin all’opener “It’s All Gray” e per tutto il disco appaiono aperture libere e fluttuanti (è space rock? è psichedelia?) che rievocano a loro modo il mondo degli Om, degli Shrinebuilder, ma anche degli Hawkwind dell’era Kilmister.

“Riti Occulti” si manifesta quale realtà in continuo mutamento, tuttavia non scade mai nella verbosità ridondate del prog. Un po’ come accadde anni fa per gli altrettanto misconosciuti Altar Of Earth da Phoenix, in Arizona. I Riti Occulti rielaborano così il passato di un genere come il doom con uno spirito moderno e al tempo stesso primordiale. Con i dovuti accorgimenti sui tasti dolenti, una registrazione più all’altezza della situazione e una distribuzione meno carbonara, il prossimo disco potrebbe lascire di sasso in molti.

03/02/2013

Tracklist

  1. 1. It’s All Grey
  2. 2. Revelation
  3. 3. I’m Nobody
  4. 4. Alcyone
  5. 5. Desert of Soul
  6. 6. Bitter Awakening
  7. 7. Never a Joy

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