“La tristesse durera toujours”
Vincent Van Gogh
È così che nel 2009 nascono i “Tristesse Contemporaine”, progetto dal nome che sembra affiorare dalla filmografia di Truffaut (in realtà, “rubato” a una vecchia pubblicazione di Hippolyte Fierens Gevaert che tratta dei principali movimenti intellettuali europei del Novecento).
I background dei tre, un tantino differenti tra loro, si combinano dunque in un elegante groviglio, il cui minimo comune denominatore è un’indiscutibile attitudine new wave.
Alle spalle, un solo 12″: “51 Ways To Leave Your Lover” (2010), che peraltro ritroviamo nella presente scaletta. Questo primo, omonimo album, che reca in copertina un pluridecorato donnone di gusto felliniano, si fregia dell’ingombrante presenza del guru della french d’n’b – nonché fondatore dei Discodeine – Pilooski, in veste di produttore.
La Pschent si è avventurata al fianco della Dirty (altra creatura di Pilooski) nella pubblicazione di un lavoro che esula dalla sua linea artistica, solitamente proiettata verso atmosfere deep-house, con saltuari slanci Idm e – ancor più rari – guizzi psych-pop, come nel caso in questione.
Il giro di basso di “Empty Hearts” apre le danze e ci riporta ai sempiterni Joy Division (questa è la volta di “Shadowplay“), con la differenza che qui non si è davanti all’ennesimo caso di “revival-ismo compulsivo”, sempre dietro l’angolo.
La sapiente miscela delle molteplici contaminazioni personali, infatti, è uno degli ultimi indici di qualità sopravvissuti alla lunga stagione, attualmente in corso, del “tutto è già stato detto”, e questo i Tristesse l’hanno afferrato in toto.
Gli episodi successivi sono la riprova di quanto appena affermato: dai leggeri afflati a nome Talking Heads (“Hierarchies”), al morbido dark dei Cocteau Twins (sprigionato dal freddo drappo sintetico del refrain di “Hell Is Other People”), passando per la nota inclinazione tr(h)ip-hop di Giffts (“Daytime Nighttime”), le venature indie dei dichiarati ispiratori Young Marble Giants (quelli di “Colossal Youth”) e l’inevitabile impronta disco di Pilooski (“I Didn’t Know” e “51 Ways To Leave Your Lover”), il sensuale intruglio sortisce appieno i propri effetti senza far male o, peggio, annoiare.
A coronare il tutto, contribuiscono non poco le ammalianti tonalità di Maik e Narumi, morbide sia nell’azzeccata opening-track che in “America”, ruvide in “In The Wake”, con lievi rimandi alla premiatissima ditta Mosshart/Hince.
Un esordio godibilissimo e ben confezionato. Certo, risulta per ora difficile scorgere, anche in lontananza, un possibile “marchio di fabbrica”; saranno le prove future a stabilire se “purtroppo” o “per fortuna”.
11/04/2012