Boris

Präparat

2013 (Daymare) | post-rock, post-metal

Un anno di pausa per riprendere fiato e ideare nuova musica può sembrare un lasso di tempo normale, quando non breve, per la maggior parte dei musicisti sparsi per il globo. Ma i Boris non sono la maggior parte dei musicisti, e la grande quantità di lavori (perlopiù di ottima fattura) licenziati nel corso di una carriera ventennale sta lì a testimoniarlo. Alla fine, non è poi questa gran sorpresa, se anche dopo un 2011 che li ha visti venirsene fuori con ben tre album diversi (“Attention Please”, il secondo capitolo della saga “Heavy Rocks”, e la divagazione j-pop “New Album”), adesso Wata e compari tornino di nuovo in pista con un disco dal sound del tutto differente, con un taglio espressivo reduce però dai recenti trascorsi.
Pubblicata esclusivamente in vinile, per una distribuzione limitata alla sola madrepatria, “Präparat”, diciottesima (soltanto?) fatica degli stakanovisti del rock made in Japan, è un'opera che coniuga con  finezza e ottimo equilibrio i due opposti nei quali da anni si muove il power-trio, in un bilanciamento quindi delle tendenze più estreme e violente del loro suono, e delle ampie cornici atmosferiche/post-rock ampiamente rappresentate nel loro repertorio. Una manovra astuta, frutto della lunga esperienza del terzetto, ma senz'altro un ulteriore modo di scompigliare le carte in tavola per chi dello spiazzare ha fatto un'arte a tutti gli effetti, un vero gioco al massacro di generi e stili.

Senza perder tempo, a dettare il mood generale dell'album provvede già “December”, il brano d'apertura: chitarra sfumata, batteria appena accennata, volubili tappeti sonori sullo sfondo a suggerire una profonda malinconia d'insieme. Di fatti, a voler trovare un sentimento che definisca il nuovo corso dei Boris, lo spleen è senz'altro quello che più vi si avvicina, quello che meglio riassume il carattere riflessivo e accorato dei brani, a prescindere dalla foggia successivamente adottata. L'andamento sonnambulo di “Elegy”, a tratti sconfinante in pallori dal sapore ambient, come le dinamiche sludge, d'impronta Neurosis, che si stagliano dagli striscianti rumorismi di “Method Of Error”, parlano dritte allo struggimento più recondito dell'anima, nel susseguirsi di temi canori e composizioni strumentali che consolidano la loro prepotente portata emotiva.
Di fatti, anche quando imbroccano con maggiore convinzione i brulli sentieri del passato, la violenza sfuma come un miraggio lontano, presente ma mai realmente tangibile. Il potente lavorio di basso e chitarra in “Bataille Sucre” non sfocia quindi mai nelle devastazioni soniche proprie dei loro momenti più ispirati, e in maniera simile, le tentazioni drone di “Canvas” richiamano alla memoria  i cataclismi di “Boris At Last -Feedbacker-”, ma con una sorta di rimpianto a ispirarne il decorso, quasi come se la band si fosse imbattuta all'improvviso negli appassionati affreschi post-rock dei connazionali Mono.

Impeto e trasporto, estasi e tormento: “Präparat” viaggia entro confini tematici risaputi, ma quanto a capacità narrativa, a destrezza nell'appropriarsi di idiomi apparentemente sviscerati da chiunque, il terzetto dal Sol Levante non è secondo a nessuno. E pur trovandoci ben lontani dalle dimostrazioni di strapotere creativo di cui hanno dato prova anche in tempi recenti, i Boris aggiungono un altro tassello, tutt'altro che insignificante, al loro vastissimo puzzle musicale, un tassello che potrebbe scaldare il cuore di molti delusi dal comeback dei My Bloody Valentine.

(02/05/2013)

  • Tracklist
  1. December
  2. Elegy
  3. Evil Stack 3
  4. Monologue
  5. Method Of Error
  6. Bataille Sucre
  7. Perforated Line
  8. Castle In The Air
  9. Mirano
  10. Canvas
  11. Maeve
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