“The blues is an honest and emotional form of music that is thrilling to the soul.
I keep coming back to it, because it feels so good”
David Lynch
L’unica reazione che una qualsiasi sua opera non potrà mai suscitare è l’indifferenza. “Perdersi è meraviglioso”, ha più volte ribadito nelle risposte date a giornalisti audaci, che per anni hanno tentato inutilmente di estorcergli rivelazioni ex-post sulle trame nebulose delle sue pellicole.
A pubblicare l’ultima fatica musicale dell’inafferrabile regista è la Sacred Bones, che già l’estate scorsa ha ridato alle stampe l’urticante colonna sonora di “Eraserhead”, in un’edizione deluxe limitata con tanto di cartoline e 7” contenente un’inedita traccia firmata con Peter Ivers, “Pete’s Boogie”. Il flirt con l’etichetta di Brooklyn è iniziato sempre nel 2012, con la pubblicazione di un remix di Lynch del brano “In Your Nature” di Zola Jesus.
L’ultimo Tom Waits, quello di “Bad As Me”, emerge dalle acque torbide di “Star Dream Girl”, non per un’affinità con le modulazioni gracchianti e cavernose del folle predicatore californiano, ma per la sporcizia che questo blues grezzo trasuda, assieme agli echi della chitarra di Marc Ribot.
Basso trip-hop flessuoso e beat sensuale sono gli ingredienti di “Last Call”, colonna sonora di un’umida, appiccicosa notte estiva passata a vagare per le strade semideserte di Los Angeles. “Cold Wind Blowin’” è un atto di ingenua autocitazione (arduo non rievocare, ascoltandola, certe scene di “Twin Peaks” e “Fire Walk With Me”), ammaliante e del tutto perdonabile.
“We Rolled Together” mantiene vivo il filone noir caro al regista, mentre nello spoken robusto di “Sun Can’t Be Seen No More” – in cui il figlio ventunenne di David, Riley, si presenta come valente chitarrista – affiora finalmente il timbro irregolare e strozzato della voce del cineasta. Dietro le seducenti incursioni sintetiche “I Want You”, sembra quasi nascondersi l’ex-diabolica mente di Trent Reznor, per cui Lynch ha anche diretto l’ultimo video dei Nine Inch Nails, “Came Back Haunted”.
La bellezza diafana e sospesa di “The Line It Curves” apre l’ultima sezione dell’album, che si ricongiunge ad atmosfere decisamente più vicine alle composizioni dell’alter ego musicale di Lynch, Angelo Badalamenti. Il mellifluo riverbero di chitarra di “Are You Sure” e la voce immacolata della svedese Lykke Li in “I’m Waiting Here” – impossibile non pensare a Julee Cruise e al suo “Floating Into The Night” – richiamano alla memoria i capolavori assoluti girati negli anni 90 dal regista di Missoula.
David Lynch è in grado di fermare il tempo della coscienza, di sezionarlo in centinaia di frammenti e di ricostruirlo a piacer suo, senza l’ossessione ingombrante di dover spiegare le sue scelte. E così fa con la musica.
17/07/2013