Howe Gelb

Dust Bowl

2013 (Scatter Land) | country-folk, songwriter

Come intimorito dall’eventualità di un silenzio discografico lungo un intero anno, il sempre prolifico Howe Gelb torna a farsi vivo oggi con una raccolta di canzoni “domestiche” che può essere archiviata, senza troppe remore, tra le pagine minori del suo sterminato catalogo. Sullo sfondo di un’operazione anomala per rilassatezza, tra disimpegno assoluto e registrazioni effettuate rigorosamente in presa diretta, si intuisce solo a tratti il tocco del maturo fuoriclasse, per una volta attento più alla parola che non al suono. Da un cantautore che in solitaria non regala nulla di davvero prezioso dai tempi remoti del gospel “’Sno Angel Like You” non ci si può certo aspettare nulla di eclatante, e per questo sarebbe scorretto parlare del nuovo “Dust Bowl” come di una delusione: c’è il piacere nel ritrovarsi al cospetto di un vecchio amico che pure ci accoglie in una mise umile, tradizionalista per scelta, nonché in un clima di tranquilla licenza.  Colpisce come questo suo zibaldone acustico si ricordi di omaggiare il respiro e i vasti spazi dell’Arizona solo con la marginale rosa del deserto (“Blink of an Eye”) piazzata forse non a caso in chiusura. Per il resto l’epica delle sue cose migliori è rimpiazzata dall’abito frugale e intimista che la bassa fedeltà adottata per l’occasione necessariamente comporta.

Gelb sa peraltro come risultare intrigante anche senza l’ausilio dell’elettricità o di forzature poco sincere e spazia, per quanto gli è possibile, tra soluzioni d’arrangiamento e generi differenti: dalla sottile malinconia del suo languido pianoforte a quel paio di divertissement appalachiani cuciti su misura per il banjo (come filastrocche dal chiaro sapore traditional), o dal quasi impercettibile pulviscolo di meraviglia che ammanta  l’accorato voce e chitarra di “Plane of Existence” al country-folk essenziale, incline ad un sentimentalismo ispido quanto genuino, di “Lost Love”. Due episodi, questi ultimi, dei quattro non originali che Howe ha recuperato (e spogliato) dalla recente opera-western dedicata a Tucson, pubblicata lo scorso anno sotto l’inedito moniker Giant Giant Sand. Fanno appena eccezione le due frammentarie dissertazioni blues (“Man on a String” e “Redelivery Blues”) registrate da Howard Bilerman a Montreal, ospite la sezione ritmica dei Thee Silver Mt. Zion (Thierry Amar e Dave Payant), in cui la vecchia volpe concede un po’ più respiro a fantasia e virtuosismo. Anche dietro lo swing ubriaco di “Mystery Spot”,  anche nelle piacevoli imperfezioni o nel tono da ricreazione, il genio irregolare ma cristallino di Gelb non è comunque mai in discussione.

Il rifacimento di “Windblown Waltz” vale come biglietto da visita per l’intero album: un episodio vividamente cantautoriale, di sostanza, con le sue belle suggestioni. E a così alto coefficiente di tipicità da suonare esattamente per quel che è: la versione unplugged di un pur giovane classico del repertorio dei Giant Sand. Nella voce ben riverberata di questa piccola grande icona statunitense risplende in fondo la stessa fiamma sacra della sua più nota creatura. Oltre ad essa non serve altro che una traccia, per quanto modesta e traballante, che offra al folksinger una direzione verso cui muoversi. In secondo piano cinguetta magari un canarino, il legno rilascia lievi crepitii sotto lo sgabello ed è questa autenticità, unita al tono confidenziale, a risultare più che sufficiente. Del tutto inatteso, il disco non aggiunge nulla a una carriera di suo già ricchissima. Si limita a documentare una parentesi di serenità nel quotidiano dell’artista. Certo, limitato da una produzione volutamente dimessa e dall’indubbia autoreferenzialità del progetto, resta poco più che un esercizio di stile senza troppi fronzoli, un quaderno di brutta interessante ma tutt’altro che indimenticabile.

Il taglio pauperista certifica tutte le credenziali di un autore capace di accendere vere scintille anche in una luminosa condizione di economia espressiva. Detto questo non vi è dubbio che persino i suoi più accaniti estimatori non possano che preferirlo in una veste meno spartana e più partecipata. Ora che il suo collettivo principe si è allargato a dismisura, pare allora sensato valutare “Dust Bowl” alla stregua di un diversivo evidentemente necessario. E nemmeno disprezzabile, almeno in questa prospettiva.

(09/05/2013)

  • Tracklist
  1. Dust Bowl
  2. Porch Banjo
  3. Lost Love
  4. Man on a String
  5. Reality or Not
  6. John Deere
  7. Windblown Waltz
  8. Redelivery Blues
  9. Forever and a Day
  10. Plane of Existence
  11. A Coffee Song
  12. The Old Overrated
  13. Mystery Spot
  14. Blink of an Eye
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